“Non possiamo rassegnarci, come uomini e come credenti, a condannare gli zingari come geneticamente asociali e religiosamente perduti. Non possiamo considerarli sempre ‘estranei’ quanto abitano nel nostro territorio, né dal punto di vista civile, né tanto meno da quello ecclesiale”. Questo il commento dell’Ufficio nazionale pastorale per i Sinti e i Rom della Fondazione Cei “Migrantes” alla vicenda dell’oratorio di Bergamo, chiuso per le difficoltà provocate dall’accoglienza ai nomadi. “Il disagio creatosi è stato reale e nessuno deve tentare di sminuirlo”, precisa Migrantes, che mette in guardia, però, dall’ “agire secondo un nostro immaginario”, quando si tratta di zingari: “La loro strada – si legge, infatti, nella nota – è diversa e la loro esperienza storica nel rapporto con la nostra società li pone sempre guardinghi e diffidenti nei confronti della nostra ‘bontà. Sanno fin troppo bene che li vogliamo far diventare come noi, che il nostro intervento è interessato, c’è una diffidenza secolare che non permette immediatamente l’approccio. Sanno anche che basta cambi una persona, religiosa o politica, e bisogna ricominciare a scappare, a nascondersi, a farsi furbi”. Per questo, sostiene Migrantes, “occorre un dialogo molto paziente e lento. Occorrono persone che siano ascoltate da entrambe le parti e che possano far sentire autorevolmente la propria voce in entrambe le culture. La Chiesa dovrebbe dare più importanza alla ricerca di questi operatori e alla loro formazione, non per tenere sotto controllo i Rom, ma in un sincero ed umile ascolto”. “Cercare un confronto, anche se faticoso e conflittuale, nel quotidiano – conclude Migrantes – non ha solo il vantaggio di contenere le situazioni prima che degenerino, ma è anche un segno del rispetto dell’altro”. ” “” “