Istituiti dal Concilio Vaticano II e regolati dai canoni 511 e seguenti del Codice di diritto canonico del 1983, i Consigli pastorali diocesani e parrocchiali sono ancora una realtà molto variegata nella Chiesa italiana. Se ne è parlato oggi al simposio “teologico pastorale”, organizzato ad Anagni dal Cop, Centro di orientamento pastorale, e dall’Istituto teologico leoniano. Da principio “i consigli pastorali – ha detto padre Agostino Montan, docente della Pontificia Università Lateranense – sono guardati, da alcuni settori ecclesiali, con sospetto: sono i sintomi e i segni della ‘democratizzazione’ nella Chiesa”. Perciò le Conferenze episcopali, tra cui quella italiana, intervengono per sollecitarne una corretta costituzione e funzionamento, secondo le indicazioni del Concilio e le disposizioni del Codice. Nonostante ciò, nota Montan, “si va rivelando alquanto laborioso il superamento delle contrapposizioni clero-laicato, parrocchia-laici, governanti sudditi. Le strutture locali, per noi i consigli pastorali, luoghi privilegiati di sinodalità, hanno fama di essere anche luoghi facilmente calpestabili”. Fermo restando il carattere puramente facoltativo e consultivo dei consigli pastorali diocesani e parrocchiali, non bisogna dimenticare, afferma Montan, che “nella parrocchia il parroco non fa tutto, perché non ha tutti i carismi. Allo stesso modo non deve dire tutto, perché non ha il monopolio dello Spirito: deve piuttosto darsi da fare perché ciascuno trovi il suo posto e prenda la parola, e attestare con autorità ciò che lo Spirito dice alla Chiesa in quel luogo”.