Ma “perchè la Chiesa dedica tanti sforzi alla missione ad gentes?” si è chiesto il cardinale Tomko, spiegando poi ai giornalisti che “non è per proselitismo – parola con accento negativo perchè significa ricorrere a mezzi illeciti o violenti -, ma per proporre e non imporre la propria fede, rispettando la libertà di coscienza di ciascuno e il diritto di cambiare la propria opinione religiosa”. Quindi, ha precisato, “come noi qui professiamo il diritto alla libertà religiosa per le altre religioni, così vogliamo che le altre nazioni rispettino questa libertà”, insistendo “sulla reciprocità”. Il prefetto ha ricordato che “l’ecumenismo è nato proprio nelle missioni”, dove spesso si lavora insieme a fedeli di altre confessioni e religioni, e “questo può aiutare, pur nelle differenze di fede, a cercare l’unità”. Ai cosiddetti “territori di missione”, dove si trovano “quei popoli o gruppi che non hanno ancora ricevuto l’annuncio del Vangelo” (soprattutto in Africa, Asia e Oceania, ma vi sono anche 74 diocesi in America Latina, 8 in Canada e Alaska e 12 nei Balcani) “si aggiungono ora vari gruppi di appartenenti ad altre religioni che, per ragioni di lavoro, prendono ormai residenza nei territori di chiese stabilite o di antica cristianità. Così la missione specifica ad gentes bussa alle nostre porte, anzi entra nelle nostre case”. Sono stati poi ricordati da mons. Ambrogio Spreafico, rettore della Pontificia Università Urbaniana e mons. Bernard Prince, segretario generale della Pontificia Opera per la propagazione della fede, gli appuntamenti importanti del Giubileo missionario: il Congresso internazionale missiologico, dal titolo “Chi dite che io sia?” (Roma, 17-20 ottobre) e il Congresso mondiale missionario (Castelgandolfo, 18-21 ottobre).