Con la canonizzazione dei 120 martiri in Cina, la Chiesa “non vuole certamente dare un giudizio storico” su periodi drammatici della vita del popolo cinese, né “legittimare taluni comportamenti ai Governi dell’epoca che pesarono sulla storia del popolo cinese. Essa vuole, invece, mettere in luce l’eroica fedeltà di questi degni figli della Cina, che non si lasciarono intimorire dalle minacce di una feroce persecuzione”. All’indomani della cerimonia di canonizzazione dei 123 beati, Giovanni Paolo II ha nuovamente incontrato, questa mattina, i pellegrini convenuti a Roma per l’evento. Un’occasione per replicare alle pesanti critiche giunte da Pechino e per ribadire che i 120 martiri in Cina “sono un vero onore per il nobile Popolo in Cina”. In questa circostanza, “tutti i fedeli della Cina Continentale” si sono uniti ai pellegrini giunti a Roma, “consapevoli – come lo siete voi – di avere nei Martiri non soltanto un esempio da seguire, ma anche degli intercessori presso il Padre”. Riferendosi ai 33 missionari e missionarie, compresi nell’elenco dei 120 santi della Cina, il Papa ha segnalato che non è mancato “chi, con una lettura storica parziale e non obiettiva, vede nella loro azione missionaria solo limiti ed errori. Se ce ne sono stati – è mai l’uomo esente da difetti? – chiediamo perdono. Ma oggi – ha proseguito il Santo Padre – li contempliamo nella gloria e rendiamo grazie a Dio, che si serve di strumenti poveri per le sue grandiose opere di salvezza”. Questi missionari, ha evidenziato il Papa, “intrapresero importanti iniziative di promozione umana” e con la loro testimonianza, “ci indicano che il cammino vero della Chiesa è l’uomo: un cammino intessuto di profondo e rispettoso dialogo interculturale, come ha già insegnato, con saggezza e maestria, il padre Matteo Ricci”.