“Il colore della pelle non può dar luogo a provvedimenti giudiziari”, ma semmai “dovrebbe indurre il magistrato a verificare meglio se ci sono condizioni di inidoneità per la coppia adottante”. E’ l’opinione di Piercarlo Pazé, magistrato, direttore della rivista “Minorigiustizia”, in merito al recente caso del Tribunale minorile di Ancona, che – secondo quanto denuncia un’associazione – avrebbe negato ad una coppia l’adozione di un bambino di colore, sconsigliando la presenza di bimbi neri “nei piccoli centri abitati”. In un’intervista che verrà pubblicata sul prossimo numero del Sir, Pazé spiega che “le diversità di un bambino adottato emergono sempre, e non solo quelle legate al colore della pelle: sono diversità di cultura, di storia personale, di luoghi di origine…”. Da questo punto di vista, precisa il magistrato, “l’adozione internazionale è più difficile di quella italiana, e comporta come condizione di base la capacità di accogliere il bambino per quello che è”. A tal fine, Pazé propone “un ripensamento dei requisiti richiesti dai tribunali per le adozioni. In genere si fa attenzione che la coppia adottante sia in buona salute, che abbia elaborato il lutto della sterilità. Si dovrebbe forse essere, invece, più attenti alle condizioni effettive di disponibilità, alle capacità di accoglienza, socializzazione e relazione della coppia”. Pazè giudica, infine “molto” debole la distinzione tra piccoli e grandi centri abitati: “Tutte le coppie che adottano bambini di colore vanno incontro realmente a delle difficoltà. Basti pensare all’ingresso nel mondo della scuola: il razzismo, sotto varie forme, esiste, è inutile negarlo, ma non deve portare ad escludere l’adozione: semmai, ad impegnarsi di più per promuovere una cultura dell’accoglienza”.