“La scuola si è fermata. Aule vuote e professori in piazza per chiedere aumenti di stipendio “pesanti” e premere sul Governo perché riveda le cifre proposte qualche settimana fa. La protesta per le retribuzioni è fin troppo facile da sostenere: gli insegnanti italiani sono pagati poco e scontano da un lato il loro essere numerosissimi e, dall’altro, la scarsità di risorse a disposizione”. Così Alberto Campoleoni, esperto in problemi della scuola commenta in una nota sul Sir di domani, lo sciopero in corso oggi in tutta Italia. Pagano anche la mancanza di una vera politica scolastica, cosa che ha permesso il progressivo scivolare della scuola all’ultimo gradino dell’attenzione sociale, con conseguente svilimento di una professione nobile e decisiva. Trattamento uguale per tutti, assunzioni a valanga, scarse verifiche: i docenti sanno quanto, alla fine, tutto questo sia deleterio”.” “”In questo momento, però, – aggiunge Campoleoni – siamo ad un punto di svolta. I riflettori sono di nuovo puntati sul mondo della scuola, che affronta una percorso di riforma pur discutibile in tanti aspetti, ma certo necessario. Si discute di scuola, non solo nelle stanze degli addetti ai lavori, ma più in generale nell’opinione pubblica e, in particolare, negli stessi istituti scolastici. Se le stime sindacali vengono confermate, la chiusura per lo sciopero di una scuola su due è un segnale di risveglio in un panorama dove prevale da anni, insieme allo scontento, la rassegnazione”.” “Ad avviso di Campoleoni, questo risveglio non va lasciato cadere. “Per gli stipendi – afferma – servono ritocchi sostanziosi e soprattutto l’avvio di quei sistemi di verifica e valutazione della professionalità – ancora non chiari – la cui necessità è chiara anche ai sindacati. Bisogna aprire prospettive di carriera a chi decide di dedicare la propria vita alla scuola e, soprattutto, occorre offrire motivazioni e ridare slancio alla professione docente individuandone – qui il cammino della riforma in corso – le specificità. Spiegando quali compiti spettano a un professionista della scuola, che non può ridursi a compilatore di registri o burocrate dei test. Su questo il dibattito è necessario, la riforma deve ancora chiarire la direzione da prendere. E non è meno importante dei (dovuti) soldi in busta paga”.” “” “” “