Il diritto non può ridursi ad “un gioco delle parti”, al “rispetto di alcune regole, il cui fondamento è puramente convenzionale”. Lo ha detto Francesco D’Agostino, presidente onorario del Comitato nazionale di bioetica, intervenendo oggi al convegno per l’Anno Santo organizzato dall’Unione giuristi cattolici italiani, e in svolgimento (fino a domenica prossima) a Roma. D’Agostino ha messo l’accento sul “nichilismo giuridico contemporaneo”, che vede il diritto come “mera procedura”, come insieme di “diritti privati, soggettivi e dunque insindacabili” che pongono il problema di “chi abbia il potere di decidere chi è uomo e chi non lo è, chi debba partecipare o meno alla ‘partita sociale'”. In questo contesto – di cui per D’Agostino sono “emblematici alcuni conflitti sul tema della bioetica, dallo statuto dell’embrione all’uso delle cellule staminali” – i giuristi cattolici hanno il compito di “rivendicare l’universalità del diritto come principio laico di comunicazione tra gli uomini, che non può però essere ridotto a meccanismi formali svuotati di contenuto”. A dare una lettura della globalizzazione come possibile “ricerca di un bene comune globale” è stato, invece, mons. Diarmuid Martin, segretario del Pontificio Consiglio “Giustizia e pace”, secondo il quale “l’economia globale ha bisogno di un diritto che funzioni bene; un’economia di mercato ha bisogno di etica, regole e leggi”. Per Martin, il modello di diritto che è urgente proporre oggi deve conciliare “la dignità e i diritti di ogni persona” con l’immagine, tipica della dottrina sociale della Chiesa, “dell’umanità creata da Dio come unica famiglia: un mondo senza questo equilibrio sarebbe inumano, o correrebbe il pericolo di sfociare nell’individualismo o nel totalitarismo. Il mondo oggi ha bisogno di ‘giubileo’, di una nuova visione di umanità che riconosca che i beni economici nono sono nostri, ma appartengono a Dio”.