“Il secolo che si è appena concluso sarà ricordato come un secolo di grande progresso scientifico, ma anche di straordinaria violenza”; il secolo “che inizia potrebbe invece diventare un periodo di pace. Questa deve essere la speranza dell’Onu, della comunità delle nazioni e di tutta l’umanità; tutti devono impegnarsi perché questa aspirazione si traduca in realtà”. Lo ha detto il rappresentante permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, mons. Renato Martino, intervenuto ieri alla 55ª sessione dell’assemblea generale sulla “Cultura della pace”. “Riaffermare che la guerra non è il modo di risolvere i conflitti” come “ribadito più volte” da Giovanni Paolo II, è, secondo Martino, “il primo requisito di una cultura della pace” che si fonda anche sul “riconoscimento della dignità e dei diritti inalienabili di ogni persona”. La pace presuppone inoltre la verità, la giustizia “e l’equità nella distribuzione dei beni del creato”. Un ulteriore aspetto su cui si è soffermato il presule è “il rispetto per i diritti delle nazioni” al cui fine occorre “stabilire un ordinamento giuridico internazionale”. “Una cultura della pace – ha aggiunto – deve respingere la logica del libero flusso delle armi” il cui “movimento accresce la possibilità di conflitti” e deve porre al centro giovani e bambini “troppo spesso prime vittime delle guerre”. Anche “la piaga dei bambini soldato deve essere estirpata dal nostro mondo”, che ha bisogno invece di “uomini e donne capaci di impegnarsi per la riconciliazione e di testimoniare la forza e gli effetti duraturi della non violenza”. Tutto ciò, ha osservato infine mons. Martino, “non è un meccanismo automatico, ma richiede un autentico cambiamento del cuore che deve iniziare in casa e in famiglia” e deve fondarsi “sul rispetto di ogni persona e comunità”.