“Nei campi dei rifugiati di Maputo e Chibuto la gente è apatica, senza reazioni, ancora sotto choc”. Sono alcune delle impressioni della breve visita che mons. Paul Joseph Cordes, presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, ha compiuto nei giorni scorsi per il Santo Padre in Mozambico. “Nel Paese – ha spiegato questa mattina mons. Cordes ai giornalisti – i missionari e i collaboratori della Caritas sono stati i primi a reagire alla catastrofe, prima ancora del governo, perché conoscono la gente e le stanno vicino”. In Mozambico i cattolici rappresentano circa il 27% della popolazione e sono presenti circa 20 istituti religiosi. Gli aiuti dall’esterno, ha rilevato mons. Cordes, sono giunti con un certo ritardo anche a causa di una certa “diffidenza nei confronti degli stranieri”. Un simile clima “è poco favorevole all’apostolato dei missionari e delle missionarie” ma durante il viaggio mons. Cordes ha potuto notare che in Mozambico “il Papa è considerato il padre della gente e non solo dei cristiani; è una figura straniera ma vicina che si pone al di là dei sentimenti di paura”. Sui giornali occidentali, ha notato il vescovo, “si parla molto dei soldi destinati al Mozambico e poco delle persone, dei missionari che stanno facendo un enorme lavoro”. La rete della Caritas, ha osservato mons. Cordes, “è l’unica che dà la garanzia che gli aiuti arrivino ai destinatari” ma, ha aggiunto, la corruzione è un fenomeno diffuso ovunque. Quanto alla remissione del debito estero del Mozambico concessa da alcuni Stati, fra cui Germania e Usa, in occasione dell’alluvione, mons. Cordes ha rilevato come “da una disgrazia visibile possa nascere l’aiuto per il futuro”. Il vescovo ha poi lanciato un nuovo appello ad inviare aiuti nel Paese.