CARCERE: CARD. MARTINI, “È SOLO UN RIMEDIO ESTREMO”

“Superare il carcere come unico rimedio per il male, promuovere l’autocritica del colpevole, fare di tutto perché anche il carcere diventi un luogo di risocializzazione. Per questo occorre ripensare la nostra tradizione penale nell’ottica della salvaguardia e nella tutela dei più deboli e della sicurezza della società”. Sono questi i quattro punti indicati dal card. Carlo Maria Martini nel suo intervento al convegno “Colpa e pena per una nuova cultura della giustizia” tenutosi questa mattina a Bergamo per iniziativa dei cappellani delle carceri lombarde, della Caritas lombarda e del Comitato per il grande giubileo della diocesi. L’arcivescovo ha ricordato che “leggi e istituzioni penali di una società hanno senso se operano in funzione dell’affermazione dello sviluppo e del recupero della dignità di ogni persona perché anche nel detenuto c’è una persona da rispettare, salvaguardare, riabilitare e rieducare”. “E’ auspicabile – ha proseguito il cardinale – che venga superata una certa cieca fiducia nella pena retributiva e meccanica quale unica forma capace di migliorare i comportamenti del colpevole”. Per l’arcivescovo di Milano il carcere “è un estremo rimedio per arginare violenze gratuite, ingiuste, impazzite e disumane e per fermare chi calpesta i valori sacri della vita e il senso della convivenza sociale”. A questo proposito, Martini ha osservato che “è più produttiva, in termini di prevenzione, una politica tesa ad investire sulle capacità dell’uomo di tornare a scegliere il bene più che una politica fondata sul solo fattore della forza e della deterrenza”. All’incontro ha partecipato anche Gian Carlo Caselli, direttore dell’amministrazione penitenziaria. In un appello, i cappellani delle carceri chiedono alle comunità cristiane e alla società civile di “riflettere su possibili percorsi di riforma dell’amministrazione penitenziaria”.