NOTA SETTIMANALE. Pubblichiamo il testo integrale Sir di questa settimana

Non c’è nessun collegamento diretto tra la triste vicenda della celebrazione enfatica dell'”orgoglio omosessuale”, confermata nella capitale per luglio, e la brutta pagina parlamentare sulla fecondazione assistita scritta qualche giorno fa in Senato. Se non forse, come ha sottolineato più di un commentatore, l’esultanza tutta fuori luogo di una certa sinistra che si trova appiattita sui temi imparaticci della cultura radicale, anziché interprete dei problemi sociali delle persone e delle famiglie. Al di là della cronaca tuttavia forse è utile riflettere sulla parabola di una cultura che da decenni penetra ormai nei comportamenti e nei costumi di massa dell’occidente più avanzato e oggi sembra ad un punto di torsione particolarmente rilevante: si applica infatti a temi delicatissimi, come la cosiddetta identità di genere e la successione delle generazioni. Le parole non sono senza significato e il termine calcato sull’inglese “gender”, tende a sterilizzare il biblico “maschio e femmina”, con conseguenze imprevedibili e sostanzialmente inedite, in quanto potenziate dal ricorso alle bio-tecnologie. Di più: nei secoli e nei decenni precedenti le rivendicazioni dell’individualismo radical-libertario si scontravano con un tessuto tradizionale forte e legittimato, che di fatto le circostanziava. In molti casi oggi non è più così: le persone sono assai più sole di fronte alla legge del più forte che inevitabilmente finisce col rappresentare l’ultima ratio in una situazione di declino delle regole tradizionali, sostituite di fatto con la somma di pulsioni individuali.” “Questo scenario va chiamato col suo nome: apre ad una deriva di decadenza, sia pure politicamente corretta, tecnologica e progressista. Se fuori luogo è ogni pretesa, nostalgia o velleità di restaurazione, un problema va comunque posto. Perché in questo grande crepuscolo, innervato di interessi economici globalizzati e rilevantissimi, la normalità della vita e degli affetti finisce col non avere voce. Anzi si pretende, con sofisma un po’ cinico, di affermare che lo stesso concetto di “normalità” è fuorviante. E invece no: è proprio a partire da una chiara norma, gioiosamente vissuta, che ogni diversità può trovare comprensione, perché la trova ogni persona. E così tutta la società riprendere quel nuovo dinamismo e quella speranza ed apertura verso il futuro che non a caso oggi sembra progressivamente sbiadita.” “” “” “