“Nonostante il valore della legge italiana che cancellerà in tre anni 12 mila miliardi di debito di una sessantina di paesi in via di sviluppo, il problema è evitare che questi stessi paesi ricadano, magari fra poco tempo, nella spirale del debito”: lo ha detto al convegno odierno di Roma su “Le politiche dell’Italia per ridurre la povertà nel sud del mondo”, Pierluigi Montalbano, coordinatore scientifico dell’Ipalmo (Istituto per le relazioni tra l’Italia e i paesi dell’Africa, America Latina e Medio Oriente). I paesi più indebitati si trovano, infatti, costretti a rimborsare l’equivalente del 137% del proprio export, cioè rimborsano ai paesi creditori quasi una volta e mezza quanto riescono ad esportare. I convegnisti hanno riflettuto sulle cause del debito, che sono molteplici: dal suo esplodere negli anni 80 col secondo shock petrolifero, all’ascesa del dollaro, all’aumento del petrolio e conseguente calo di importazioni da parte dei paesi ricchi, fino alle continue ristrutturazioni del debito da parte delle banche con applicazione di “interessi sugli interessi”, per arrivare al cattivo uso dei prestiti stessi da parte di molti governanti dei paesi poveri e alle spese militari che hanno assorbito mediamente il 20% degli aiuti. Secondo Emanuele Davia, segretario del Comitato di appoggio alle Convenzioni globali dell’Onu, l’obiettivo oggi è attuare scelte che riducano la povertà dei ceti popolari, evitando rischi traumatici quali grandi emigrazioni, abbandono dei villaggi, creazione di enormi bidonville, desertificazione. “I paesi poveri sono schiacciati – ha aggiunto – non tanto dal debito in sé, ma dagli interessi sul debito, che rischiano di esplodere se i tassi internazionali tornassero a salire”.