E’ una battaglia “moralmente non esaltante”, quella di chi considera gli immigrati solo come “mano d’opera tutta a vantaggio della nostra agiatezza o comodità”. E’ quanto scrive don Carlo Caviglione, esperto di problematiche sociali, in una nota che verrà pubblicata sul Sir di domani. “Dove trovano occupazione – si chiede, infatti, il sacerdote – gli stranieri da noi residenti che, autorizzati, sono un milione e 270 mila? Prevalentemente nell’industria e nei servizi. Nelle concerie un operaio su tre è straniero, così come nelle fonderie il 32% e nelle falegnamerie il 30,8%.Sono i mestieri più duri e senza l’apporto degli extracomunitari tanti posti rimarrebbero scoperti. Solo per questo, allora, decideremo di aprire di più le frontiere?”. Sono altri i dati che vanno considerati quando si parla di immigrazione, secondo Caviglione, a cominciare dalla cultura: a Genova, ad esempio, “tra i 14.380 stranieri regolari, i laureati sono il 18,6%, un dato superiore a quello degli indigeni genovesi. Come a dire che si hanno già più lauree tra gli immigrati che tra gli studenti italiani. Dove sono finiti i ‘vu’ cumprà’?”. Senza contare, poi, l’apporto delle tradizioni religiose, “positivo nel cuore di un’Europa secolarizzata”. La tesi, sostenuta nella nota, è che “c’è una ricchezza più grande, se vogliamo coglierla, nella globalizzazione e nell’osmosi dei popoli e delle culture. Anche se ciò può avvenire, purtroppo, sotto la spinta meschina di salvarci la pensione”.