Si chiamano “caschi bianchi” quei volontari e obiettori di coscienza chiamati ad attività di costruzione della pace (peace-building) e della fiducia reciproca (confidence-building) per facilitare il dialogo tra le parti, portare la pace e la riconciliazione in quelle aree del mondo colpite da crisi o conflitti. Si tratta di un progetto promosso dalla Caritas italiana, in sintonia con la legge 230/98, la quale prevede la possibilità di svolgere il servizio civile all’estero e di sperimentare forme di difesa civile nonviolenta. La Caritas invierà i caschi bianchi in Rwanda, Kosovo, Kenya e Bosnia, ma anche in Centro America e Medio Oriente. Per la prima sperimentazione annuale è previsto un numero di 30 giovani. Il percorso è costruito in modo che per alcuni piccoli “contingenti” vi sia una fase di formazione in Italia (2 mesi) seguita dall’invio “sul campo” per 10 mesi. “Il progetto – spiega la Caritas – è concepito come proposta educativa e formativa per i giovani e per le loro comunità di provenienza. Educativa ai valori evangelici della prossimità, della condivisione e della riconciliazione, accanto e dentro le situazioni di coloro che sono vittime di conflitti; formativa rispetto alla capacità di agire insieme ad altri, di moltiplicare le forze e di porsi come mediatori”. Il tutto “sarà programmato per diventare esperienza di vita capace di permeare le comunità da cui si è partiti, perché anche in molti dei nostri contesti locali c’è bisogno di riconciliazione (dai leghismi ai comportamenti xenofobi). Inoltre, precisano, il fatto che il progetto “caschi bianchi” si rivolga in primo luogo agli obiettori – in un momento storico in cui il futuro del servizio civile è incerto – “si presenta proprio come un’occasione di riqualificare l’esperienza e di recuperarne la valenza educativa”.” “” “