MEDIO ORIENTE: SEGRE, “SPERIAMO CHE CAMP DAVID SIA SOLO UNA BATTUTA D’ARRESTO”

“Il fallimento delle trattative di Camp David è un fatto che ci addolora, ma la nostra speranza è che si tratti solo di una battuta di arresto: restiamo fiduciosi che il processo di pace in Medio Oriente andrà avanti”. Così Bruno Segre, dell’Associazione amici italiani di Nevé Shalom/Wahat al-Salam, ha aperto il suo intervento al convegno su “Conflitti, violenza, pace: sfida alle religioni”, in corso a Chianciano Terme (Siena) per iniziativa del Sae (Segretariato Attività Ecumeniche). Segre ha raccontato, in particolare, il lavoro di educazione alla pace che si svolge a Nevé Shalom/Wahat al-Salam, un villaggio in cui convivono ebrei e palestinesi, in numero paritetico, condividendo il sogno della riconciliazione possibile. “Quando parliamo del peso che hanno le religioni nei conflitti e nelle guerre – ha detto Segre – non possiamo dimenticare che troppo spesso il loro ruolo viene sopravvalutato. Esse vengono spesse strumentalizzate per tenere vivo un conflitto, grazie alla forza dei simboli di cui ogni religione è portatrice. Ma il più delle volte quelli che sono definiti conflitti religiosi, sono in realtà conflitti etnici – ha proseguito il relatore. E’ il caso del Medio Oriente, in cui due popolazioni, che hanno alle spalle storie, tradizioni diverse, si contendono un territorio: come nel caso dei Balcani, si tratta di un conflitto etnico per il possesso di una terra”. Tornando all’esperienza concreta di Nevé Shalom/Wahat al-Salam, Segre ha illustrato le strategie educative e le difficoltà quotidiane degli educatori della scuola del villaggio, frequentata da bambini palestinesi ed ebrei. “La pace, non bisogna dimenticarlo, è un compito – ha commentato Segre -, un limite verso cui tendere, un impegno che non si esaurisce, perché vivere con l’altro significa già di per sé vivere nel conflitto”. Da qualche mese, ha reso noto Segre, il “modello di convivenza” di Nevé Shalom/Wahat al-Salam è stato “esportato” anche in Kosovo, per i serbi e gli albanesi impegnati “in una conoscenza reciproca a partire proprio dalla gestione del conflitto”.” “” “