Cifra peculiare di lettura del messaggio del Papa ai giovani, per la Gmg del 2000, è la dimensione di dono e compito del Vangelo e della vita cristiana che esso informa. Il Vangelo è evidentemente dono dell’amore redentore di Dio. Ma è un dono carico di esigenza, che suscita disponibilità e fedeltà. Lo ha detto ad alta voce il Papa ai giovani a Tor Vergata. Egli ha posto al centro Gesù Cristo, come principio di senso e di valore della loro vita: Lui, lui solo è il Signore. Così da sgomberare il campo da tutte le pseudosignorie (idolatrie) che minacciano e fuorviano la loro libertà. ” “Ora Cristo è principio di vita tutta intera: non di un credere, di uno sperare e di un pregare alieni e distanti dal vissuto ma operanti e attivi negli impegni che suscita. Il cristiano non attinge la sua vita pratica altrove dal Vangelo, ma alla stessa fonte della vita orante e credente. Così che mettere Cristo al centro significa anche fare di Lui il principio della vita morale. E’ Gesù che suscita il volere e l’operare. Il Papa lo ha detto e spiegato ai giovani con variazioni molteplici. Così da smentire l’opinione di una separazione o di un doppio binario tra fede e vita, celebrazione e azione, preghiera e prassi. Il Papa ha additato loro Gesù Cristo, principio di una fede non solo creduta ma anche vissuta: una fede che si fa fedeltà nell’assunzione e attivazione dei compiti che suscita.” “Una fedeltà a 360 gradi (senza approcci selettivi, sottovalutazioni o distillazioni), perché una e indivisibile è la legge morale disegnata dalla sapienza creatrice divina e da Cristo portata a compimento. Il Papa ne ha richiamato concretamente gli obblighi per i giovani, attingendoli dall’intera gamma della norma morale. E’ sorprendente l’enfasi data dai media a quelli concernenti la vita individuale e di coppia, come il richiamo alla “purezza nell’attesa del matrimonio” e alla “reciproca fedeltà” nella vita coniugale. Virtù e norme queste per lo più estrapolate e “tabuizzate” da un’etica laica di stampo sociologico, più attenta e dipendente dagli indici statistici che non dalla verità del bene e del valore. Sicché, mentre non costituisce una sorpresa e una sfida per essa il richiamo del Papa ai giovani a praticare e annunciare il Vangelo della pace, della giustizia, della solidarietà (eppure Dio sa quanto il mondo ne abbia bisogno), lo costituisce invece il richiamo all’annuncio e alla pratica del Vangelo della purezza, della sobrietà, della temperanza, della fedeltà coniugale, della difesa della vita nascente e terminale. Il Papa, che non è padrone ma servitore della verità, la richiama e l’affida tutt’intera, senza reticenze e ipocrisie ai giovani. Non la richiama come legge e precetto ma come compito e fedeltà, suscitati dalla luce e dalla forza del Vangelo, che si fa dono e grazia nell’eucarestia e nei sacramenti. ” “E i giovani che si vedono “presi sul serio”, che si sentono cioè motivati nella loro intelligenza e stimolati nella loro libertà dal Vangelo, che attraverso la parola del Papa si fa storia nella loro vita, rispondono con sorprendente entusiasmo.” “Il Papa ha creduto in loro, nelle loro genuine risorse d’intelligenza e di disponibilità a intercettare e assumere il messaggio di verità del Vangelo. Risorse inespresse e represse invece da una cultura dell’effimero e della complicità, che li abbandona alla loro frustrazione. E i giovani, che si sono sentiti compresi e valorizzati, hanno sintonizzato con inequivocabili e straordinari segnali di consenso.” “Lì a Tor Vergata il Papa s’è rivolto ai giovani cattolici: era il loro Giubileo. Ma attraverso loro s’è rivolto a tutti i giovani. Nella consapevolezza che il dono e il compito di Cristo è senza frontiere; che la verità sull’uomo e per l’uomo – la verità del senso e la verità del bene – significata dal Vangelo è pervia e plausibile all’intelligenza e al cuore di ogni giovane. Basta crederci. E il vecchio Papa ci ha creduto, ci crede e lo fa vedere al mondo.” “La lezione che viene dal campus di Tor Vergata è per tutti gli adulti, sfidati a liberarsi delle loro sfiducie e dei loro stereotipi, per tornare a investire sui giovani, sulle loro inespresse risorse d’intelligenza e di fedeltà alla verità e al bene tutt’interi. A non crederci siamo noi adulti; sono i nostri progetti e metodi educativi che tanto in fretta si sono congedati dalla verità, dalla virtù e dal bene, preferendo percorsi e proposte più deboli e dimesse. Il che è un peccato: un peccato di sfiducia nella passione del possibile che è nei giovani e nella forza del possibile dello Spirito di Dio.” “MAURO COZZOLI” “