INFORMAZIONE: LUISS E LUMSA, ANCORA POCO PLURALISMO SUI MEDIA DI MOLTI PAESI DEL MONDO

Quale democrazia e rispetto del pluralismo sui mass media dei diversi Paesi del mondo? Se ne è parlato oggi a Roma durante il convegno su “Informazione, valori, democrazia” promosso dalle università Luiss e Lumsa. La situazione russa è stata illustrata da padre Bernardo Antonini, rettore del Seminario cattolico di San Pietroburgo, secondo il quale “le aperture alla democrazia non hanno portato al formarsi di una coscienza collettiva aperta al pluralismo e alla competizione civile tra idee e aggregazioni sociali, lasciando in molti una certa nostalgia per la stabilità dei tempi sovietici”, mentre “la transizione russa è tutt’altro che compiuta e rimarranno a lungo tracce del totalitarismi”. “D’altra parte – ha affermato – neanche un ritorno ai sistemi autoritari, che in parte avverrà nei prossimi anni, potrà impedire il diffondersi in Russia delle nuove forme di comunicazioni elettroniche e satellitari”. In America Latina, invece, ha ricordato Carlos Catalàn, docente di sociologia delle comunicazioni all’Università cattolica del Cile, c’è stato un tasso enorme di crescita dell’uso di Internet (il 9,8% all’anno rispetto al 9,2 dell’America del Nord), anche se i navigatori latino-americani rappresentano solo il 5% del totale mondiale. “In America Latina i mezzi di comunicazione tradizionali non spariranno – ha detto – ma saranno incorporati in uno scenario ibrido in cui conviveranno vecchi e nuovi media”. Sui mezzi di comunicazione diffusi in Asia, ha detto suor Ausilia Chang, vicepreside della Pontificia università “Auxilium”, mancano invece “informazioni adeguate sul sottosviluppo, sullo sfruttamento dei bambini e della donna, sulla prostituzione, impedendo ai cittadini di prendere coscienza dei propri diritti e responsabilità”. Negli Stati Uniti, come ha spiegato poi William Thorn, della Marquette University di Milwakee, il pluralismo è garantito dalla stampa scritta (“ogni singolo gruppo di immigrati ha le proprie testate”) ma non dall’emittenza radiotelevisiva (“è il governo che assegna le frequenze”), sulla quale incombe “la minaccia delle concentrazioni monopolistiche: con la ‘deregulation’ una corporazione ha potuto acquistare fino a 100 stazioni radiofoniche”.