SINODO DEI VESCOVI: DELEGATI FRATERNI, “NO” ALLA DIASPORA, “SÌ” ALLA COLLEGIALITÀ

“Le Chiese orientali cattoliche, e in particolare quelle del vicino Oriente, si trovano di fronte oggi – e rischiano di esserlo sempre più in futuro – a una tragedia: l’emigrazione dei loro fedeli”. Lo ha detto il card. Ignace Moussa I Daoud, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, intervenendo oggi alla sedicesima Congregazione generale del Sinodo dei vescovi, in svolgimento in Vaticano fino al 27 ottobre. La diaspora, ha spiegato Daoud, “costruisce un’emorragia per le nostre Chiese e anche per la semplice presenza cristiana in questa parte del mondo”, ma significa anche che “le Chiese orientali cattoliche devono essere in grado di organizzare efficacemente una pastorale propria e adatta dei loro fedeli nella diaspora, in profonda comunione e in autentica concertazione con i vescovi locali di altre Chiese”. Il prefetto vaticano ha anche toccato i temi della collegialità e della sinodalità, cui hanno fatto cenno i 4 delegati fraterni presenti al Sinodo che hanno preso la parola oggi. La collegialità, ha detto Ambrosius, patriarca della Chiesa ortodossa di Finlandia, è “un problema cruciale” e va affrontato in relazione alla questione del primato petrino. Su quest’ultimo tema, mons. Peter Forster, vescovo anglicano di Chester (Gran Bretagna), ha fatto notare che “l’idea di un primato universale è saggia e necessaria” e l’influenza del ruolo esercitato dal vescovo di Roma “aumenterà visibilmente con il progredire del processo di globalizzazione”; bisogna, tuttavia, “raggiungere un accordo sui precisi diritti e sulle responsabilità che devono essere affidata ad un Primato rinnovato e pienamente ecumenico”. “L’ecumenismo, soprattutto in momenti come questi, è vitale”, ha sottolineato mons. Mikael Ajapahyan, vescovo di Gyumry e Shiurak, in Armenia, secondo il quale “lo spirito ecumenico deve superare ogni pregiudizio e malinteso” a favore di “una più stretta collaborazione” tra i vescovi delle Chiese sorelle.