Anche se “aberrante e fuorviante”, può esserci una dimensione religiosa nel fenomeno del terrorismo, soprattutto in quei Paesi “che sembrano aver fatto dell’intolleranza religiosa e del fanatismo la base della politica di stato” e ai quali “non dovrebbe essere consentito di continuare ad agire indisturbati nell’aperta violazione dei diritti umani in nome della religione”. Lo ha detto mons. John Olorunfemi Onaiyekan, presidente della Conferenza episcopale della Nigeria, intervenendo oggi alla XIII Congregazione generale del Sinodo dei vescovi. Il presule nigeriano ha suscitato l’applauso dei suoi confratelli, e ha precisato che il tipo di terrorismo che ha sconvolto il mondo l’11 settembre scorso non è un fenomeno attribuibile soltanto ai talebani dell’Afganistan. Citando l’esempio del suo Paese, dove vivono 120 milioni di persone egualmente distribuite tra cristiani e musulmani, Onaiyekan ha detto che “la maggior parte del tempo viviamo in pace e armonia reciproche”, ma talvolta “scoppiano anche conflitti violenti e sanguinosi”, soprattutto per due ragioni: “gli sfoghi verbali e le attività di fanatici, da entrambe le parti, e la manipolazione dei politici che abusano della religione per scopi egoistici”. Un appello al “dialogo” come componente fondamentale della saggezza delle nazioni è venuto da mons. Francesco Viti, arcivescovo di Huambo, in Angola, che riferendosi alla situazione internazionale attuale ha ricordato che non c’è nulla di più contrario alla pace “che fare la guerra per farla finita con le guerre”. “La guerra – ha detto – è morte, è la separazione”, e i 150 conflitti armati che ci sono stati dopo la guerra mondiale “non hanno portato alla giustizia e ancor meno alla pace”.