“L’ho conosciuto a Roma nella metà degli anni ’90, quando è arrivato come corrispondente dopo un lungo periodo trascorso nei Balcani che lo aveva molto provato psicologicamente e umanamente; del resto Julio ha sempre vissuto la professione con straordinaria intensità”. Così Antonio Pelayo, spagnolo, presidente dell’Associazione Stampa estera in Italia e corrispondente di “Antena 3 Television”, ricorda il connazionale e collega di “El Mundo” Julio Fuentes, caduto ieri in un agguato in Afghanistan insieme con Maria Grazia Cutuli del Corriere della sera, Harry Burton e Azizullah Haidari della Reuters. “Un uomo appassionato e sempre inquieto – racconta Pelayo a Sir Europa -, divorato dall’ansia di ripartire per essere di nuovo in prima linea; senz’altro uno dei migliori inviati di guerra spagnoli”. “Mi ha sempre colpito la grande passione per il suo lavoro; una scelta intrapresa a vent’anni, prima come corrispondente in America latina, poi in Cecenia, quindi in Bosnia, sempre spinto dal desiderio di andare fino in fondo, di non lasciare nulla di intentato, soprattutto in una guerra come questa dove, in mezzo alle poche notizie spesso contraddittorie e manipolate, è veramente difficile raccontare la verità”. Ma vale la pena correre tanti rischi? “Nessuno chiederebbe a un missionario in Africa o in Asia se ha paura o se è consapevole dei pericoli che corre nello svolgimento della sua attività; anche quella giornalistica è una vocazione, e i professionisti caduti sul campo, e non saranno purtroppo gli ultimi, l’hanno vissuta fino in fondo pagandone il prezzo più alto”. Secondo il presidente della Stampa estera, “il morire nelle pieghe della guerra alla ricerca della verità è una coraggiosa testimonianza di fede nel valore di un’informazione libera e che rende liberi contro la forza bruta del terrorismo; un appello ai diritti umani, alla democrazia e alla civiltà”.