“Crescere nella consapevolezza che il suo impegno nello sport costituisce, oltre che l’esercizio di una specifica professionalità, un delicato servizio sociale di rilevante valore civile e democratico che esige passione ordinata, equilibrio sapiente, sagacia psicologica”: è l’invito rivolto oggi ad ogni arbitro “una delle figure più ‘visibili’ del calcio italiano” dal direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la pastorale del tempo libero, turismo e sport, mons. Carlo Mazza. Arbitro come “giudice che in gara certifica la correttezza del gioco” e “alla cui volontà – osserva mons. Mazza – le parti in causa rimettono l’applicazione delle regole della disciplina sportiva”; in apparenza “un’incolore figura notarile”, in realtà “un personaggio centrale ed emblematico che cresce vistosamente nella considerazione popolare in virtù del suo potere determinante rispetto allo svolgimento e all’esito delle gare”. Con il rischio, ammonisce mons. Mazza di “un protagonismo esasperato e soffocante”, che finirebbe “per impoverire l’inventiva degli atleti”; una tendenza che richiede oggi “un’urgente valutazione critica”, in particolare dopo la bufera scatenata nei giorni scorsi in seguito ai clamorosi errori arbitrali che hanno pesantemente condizionato il risultato di alcune partite del campionato di serie A e hanno condotto alla sospensione per tre settimane di due direttori di gara. Non “cavaliere di ventura”, ma “autentico signore del campo di gioco”: a essere questo, insiste mons. Mazza, è chiamato l’arbitro, perché “il calcio ha bisogno di arbitri seri, competenti e appassionati”. Solo così potrà continuare “ad essere quell’impareggiabile fattore che fa divertire, dà spazio alla creatività, educa alla convivenza e alla tolleranza”.” “” “