“L’apertura intenzionale all’eventualità dei figli da parte di chi contrae il patto nuziale appartiene alla natura stessa del matrimonio” e il rifiuto della prole “si rivela come la rinuncia a dare significazione primaria e valore costitutivo” allo stesso rapporto tra coniugi. Lo ha affermato l’arcivescovo di Bologna, card. Giacomo Biffi, inaugurando questa mattina l’anno giudiziario 2001 del Tribunale ecclesiastico regionale Flaminio per le cause matrimoniali. Nel concorso di responsabilità per il diffuso atteggiamento di chiusura alla prole, – frequente motivo di annullamento delle unioni coniugali – l’arcivescovo ha denunciato “l’ossessivo terrorismo antidemografico che ha imperversato da noi negli ultimi quarant’anni portando l’Italia al poco lusinghiero primato mondiale della denatalità, senza che in sede di legislazione e di governo siano mai stati predisposti quei provvedimenti correttivi ai quali nel frattempo molte nazioni europee, più sagge e lungimiranti, sono ricorse”. Ma è anche la “dominante cultura divorzista” a preoccupare il cardinale che ha definito il divorzio “un’ingiustizia perpetrata nei confronti dei figli”, concepito “non tanto come rimedio a situazioni insopportabili”, ma quale “riserva nei confronti della persona che si ama e che si vuol sposare”, come dimostra “la rilevante percentuale di coloro che già al momento del matrimonio mettono in conto la possibilità di recidere il vincolo coniugale”. Ad avviso di Biffi “a pagare il prezzo più alto di questa concezione aberrante sono i figli”, ricchi di benessere materiale, ma “in troppi casi derubati del loro diritto primario: avere un solo padre e una sola madre, uniti e concordi”.