I servizi di sicurezza che indagano sull’assassinio del presidente della Repubblica Democratica del Congo, Laurent-Désiré Kabila, ricorrono a trattamenti disumani e metodi repressivi. La denuncia – rilanciata oggi dall’agenzia internazionale Fides – è dell’associazione “La voix des sans voix pour les droits de l’homme” (Vsv). Il figlio del presidente assassinato, Joseph Kabila, ha istituito una commissione d’inchiesta sull’attentato dello scorso 7 febbraio ma la Vsv chiede di “mettere termine ai trattamenti disumani, crudeli e degradanti, e agli eccessi di zelo da parte dei servizi di sicurezza”. L’appello è stato lanciato dal presidente dell’associazione, Floribert Chebeya, che ha chiesto l’umanizzazione delle condizioni carcerarie: cibo, cure mediche, rispetto dei trattati internazionali. Secondo le informazioni date dalla Vsv, le persone detenute nelle prigioni di Stato sono vittime dei trattamenti disumani e in pericolo di vita. Pare che l’assassinio di Laurent-Désiré Kabila è stata compiuto proprio da un uomo del Sud-Kivu. Questa convinzione ha fornito al governo un ulteriore motivo per intensificare gli arresti. Secondo la Vsv, i militari delle forze armate congolesi, la polizia di Stato o gli agenti dei servizi di sicurezza hanno arrestato la maggior parte delle persone sospette senza un mandato di cattura. I neonati e le mamme detenuti soffrono a causa delle ferite riportate. L’associazione chiede che venga aperta un’inchiesta sulle torture e i trattamenti disumani inflitti ai detenuti; che le persone chiamate in causa siano processate regolarmente; che vengano presi provvedimenti perché chi è accusato ingiustamente sia rimesso in libertà e possa rientrare in possesso dei beni sequestrati; che possa ricevere la visita di famigliari, parenti, medici e avvocati.