IMMIGRAZIONE: IN ITALIA 1019 CENTRI, 140 PER I RICHIEDENTI ASILO

Sono 1019 in Italia i centri di accoglienza per immigrati, di cui 140 destinati ai richiedenti asilo politico. Per questi ultimi i posti letto sono 3.500, a fronte di una cifra di presenze piuttosto incerta perché c’è un divario tra il numero di domande d’asilo (circa 33.000) e i permessi effettivamente rilasciati (20.000), segno, questo di una “dispersione” a rischio irregolarità ed esclusione sociale. Sono alcuni dei dati emersi oggi a Roma dalla presentazione dei risultati del progetto “Nausicaa” di monitoraggio sulla situazione dell’asilo e dell’accoglienza in Italia, realizzato dall’Ics (Consorzio italiano di solidarietà), in collaborazione con l’Acnur (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) e il Censis. Per l’occasione è stato nuovamente lanciato un appello ai parlamentari italiani perché approvino al più presto la legge sul diritto d’asilo. Dalle indagini condotte sulle realtà di accoglienza risulta che il 66,7% dei centri è gestito da privati, e il 28,6% di questi da organizzazioni religiose. Le strutture del Nord sono più numerose anche se è il Sud ad avere maggiori esigenze: “Al Nord i centri sono più piccoli e i tempi di accoglienza si protraggono fino a 9 mesi – ha spiegato Rosario Sapienza, del Censis -. Al Sud sono più grandi, c’è maggiore presenza di irregolari e la permanenza non dura più di 30 giorni. Qui si tende a creare servizi sociali e sanitari all’interno della struttura, con il rischio di scarso inserimento sul territorio e di isolamento”. A livello locale la percezione degli stranieri, da parte degli italiani appare “schizofrenica”, ha osservato Sapienza, (“il livello generale di accettazione si perde in una percezione sociale che sconfina nella paura”): il 64,2% si dice “freddo e indifferente” ma l’89,2% dei centri registra continue richieste di lavoro e manodopera straniera. Nella metà dei centri sono presenti anche minori, ma nel 37,2% dei casi non sono organizzate per loro attività scolastiche, nel 20% dei centri non vi sono servizi di assistenza legale e nel 15,8% gli ospiti non vengono iscritti al Servizio sanitario nazionale, nonostante “questi aspetti di tutela siano prioritari per passare dall’accoglienza all’inserimento”, ha precisato Maria Silvia Olivieri dell’Ics.