Riecco a Napoli i disordini anti-globalizzazione, divenuti una liturgia violenta che accompagna gli appuntamenti internazionali: la protesta scade ad occasione di mobilitazione di forme di ordinaria violenza sociale. ” “Eppure è più che mai urgente interrogarsi sulle prospettive della dialettica sociale. Stiamo assistendo allo sviluppo delle forme di protesta in due direzioni: si estendono forme di conflittualità “molle” ed emergono punte di un “nuovo radicalismo”.” “La mondializzazione comporta l’opacità del “potere”: in una società di reti, retta da catene di interdipendenze in cerchio, nessun elemento può essere designato come centrale e totalmente determinante. E’ quella che taluni sociologi definiscono la “balcanizzazione del sociale”, come compimento di quella società di massa preconizzata (o temuta) da Tocqueville, quando parlava di “un potere assoluto, lontano, preveggente e dolce”. Ad un potere diffuso corrisponde una conflittualità diffusa: emergere, a livello “mondializzato” ma anche nella struttura delle grandi imprese, un “sistema”, “anonimo ed apparentemente indistruttibile”, che impedisce di identificare un avversario, sbriciola le macro-opposizioni in micro-conflitti, rende problematiche le forme tradizionali di organizzazione politica o sindacale.” “”Una conflittualità molle, depressiva, senza veri sbocchi”, si sviluppa in una situazione di progressiva crisi delle forme tradizionali di gestione del conflitto politico e sociale ed ha come corrispettivo lo sviluppo di nuovi movimenti radicali legati alla protesta anche violenta contro la mondializzazione o il liberismo. Ma questa combinazione è a somma zero: proprio questa logica aggrava il senso di impotenza che è opinione diffusa. Ne risulta una impasse che richiama la realtà delle rivolte e delle proteste di Antico Regime, in una situazione pre-costituzioanle e pre-politica, destinate inevitabilmente ad essere soffocate, perché prive di prospettiva.” “Qui emerge la questione dei contro-poteri, necessari per lo sviluppo della democrazia, proprio nel quadro “globalizzato”. E due concreti impegni. Il primo legato alle prospettive di movimenti che si facciano carico di modificare, “qui e ora”, cioè nel concreto, le situazioni dei diversi gruppi sociali. Il cambiamento non verrà da una improbabile rivolta delle masse, ma dalla moltiplicazione di azioni nel corpo sociale. Ma la protesta o la mobilitazione concreta da sola non ha efficacia se non si accompagna all’impegno di rilanciare con la politica il ruolo delle istituzioni pubbliche a tutti i livelli, nazionale, internazionale e infra-nazionale.” “” “