I marittimi imbarcati sul 10-15% delle navi della flotta mondiale lavorano in “condizioni di schiavitù”. Lo denunciano i cappellani di bordo e gli operatori pastorali dei porti e aeroporti italiani, in una dichiarazione comune diffusa a termine del seminario “Porti e Aeroporti: crocevia di culture e di fedi”, organizzato dalla Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana dal 27 al 28 aprile. “Siamo anche noi testimoni – scrivono i cappellani – di ‘normative internazionali non rispettate, assenza di misure di sicurezza, orari di lavoro lunghissimi e per una paga minima o addirittura senza alcun compenso, liste nere per i marittimi che aderiscono ai sindacati'”. La denuncia dei cappellani è mirata. “In diversi porti italiani – si legge nel comunicato – ci sono navi sotto sequestro da mesi o addirittura da anni, per insolvenza di carattere economico delle società armatrici. Gli equipaggi di tali navi, pur non avendo commesso alcun reato, sono costretti a stare a bordo per motivi di sicurezza del porto, vivono in uno stato simile a quello dei carcerati se non peggio, privi di salario e di qualsiasi sostegno sociale e sanitario, lontano dal proprio paese, dalle proprie famiglie e dai propri figli”. I cappellani ricordano “a puro titolo esemplificativo” gli uomini della nave “Odessa”, ucraina, sequestrata nel porto di Napoli già dal 1995. “Da ormai 6 anni – fanno sapere – essi vivono della solidarietà di pochi volontari. Vladimir Lobanov, comandante della “Odessa”, e gli otto membri del suo equipaggio si sono ritrovati, dall’oggi al domani, da professionisti del mare a derelitti in lotta per la sopravvivenza”. Una situazione simile è vissuta in altri porti italiani come Genova, Venezia, Ancona, Trieste, Ravenna, Palermo, Augusta, Savona, La Spezia. “Siamo di fronte – scrivono i cappellani – ad un vuoto istituzionale e legislativo in materia di tutela dei diritti civili dei lavoratori del mare, ed è impensabile che solo il volontario possa supplire, con interventi di emergenza, a questo vuoto enorme e deprecabile per una società che si è affacciata al terzo millennio”.