“L’abito religioso non toglie la paura, non allontana le situazioni tragiche… E’ molto difficile capire fino a che punto le due religiose siano colpevoli. Ora si tratta di vedere cosa diranno i risultati definitivi del processo”. Così Eugenio Melandri, coordinatore nazionale della Campagna “Chiama l’Africa”, commenta il verdetto di colpevolezza emesso dalla Corte di Assise di Bruxelles nei confronti di quattro rwandesi, tra cui due religiose benedettine (suor Maria Kisito e Consolata Mukangango), accusate di essere coinvolte nei massacri del ’94 in Rwanda. La sentenza finale – nella quale verrà stabilita la pena per gli imputati, probabilmente l’ergastolo – verrà emessa nei prossimi giorni. I tribunali del Belgio, sulla base di una legge del ’93, hanno infatti “competenza universale” per i crimini di guerra contro l’umanità e possono quindi giudicare cittadini stranieri presenti sul territorio belga. “La situazione in Rwanda in quel periodo era estremamente complessa – osserva Melandri -. Non tutti avevano la vocazione a fare i martiri. Sono quindi successi alcuni fatti tragici che hanno toccato anche la Chiesa. E’ possibile che, in una situazione in cui tutti uccidono, in cui è in gioco la vita o la morte, anche le suore abbiano perso il controllo”. Ma, precisa Melandri, “in vicende come queste è molto difficile capire effettivamente cosa sia successo e attribuire delle responsabilità”. Basti pensare al recente caso del vescovo Misago, accusato di genocidio e poi riconosciuto innocente, “giudicato in Rwanda in una situazione sicuramente meno garantista di quella del Belgio”.