“Se da un lato i potenti devono essere disponibili ad ascoltare la protesta e il dissenso popolari, dall’altro la protesta il dissenso devono dimostrare di sapere organizzarsi in modo pacifico, prendendo le distanze dalle frange violente minoritarie che puntano a far degenerare anche le manifestazioni più civili”. E’ l’auspicio espresso da padre Bartolomeo Sorge, direttore della rivista dei gesuiti “Aggiornamenti sociali”, in una riflessione su “Chiesa e G8” che compare sull’ultimo numero del settimanale della diocesi di Milano “Il nostro tempo”. “Le nazioni più ricche hanno precise responsabilità verso le nazioni più povere”, ribadisce padre Sorge, citando in proposito alcuni passi del Concilio Vaticano II e dell’enciclica di Giovanni Paolo II “Sollicitudo rei socialis”. “Posto questo principio – dice il gesuita -, rimane aperto il problema delle modalità con cui le nazioni più forti devono esercitare la loro responsabilità verso i Paesi in via di sviluppo”, ossia: “Quale legittimazione democratica ha il G8 per decidere il destino di tutti?” “Ora, paradossalmente – osserva -, le proteste della gente e dei movimenti che scendono in piazza per contestare il summit di Genova, potrebbero trasformarsi di fatto in una sorta di legittimazione popolare del G8, nella misura in cui le istanze dei poveri fossero ascoltate e, per quanto possibile, accolte”. Visto che “la protesta è l’unico modo che hanno i cittadini del mondo per farsi sentire”, precisa padre Sorge, “impedire questo confronto con il pretesto della sicurezza e dell’ordine pubblico equivale paradossalmente a sminuire la legittimazione democratica del summit”. Padre Sorge ricorda lo spirito della protesta del Genoa social forum, che chiede “una svolta nelle relazioni Nord-Sud”, “non con la violenza ma con la forza degli ideali e con il consenso delle coscienze”. La Chiesa, conclude, che è “l’alleata nativa dei poveri”, come la definì Paolo VI, “come potrebbe non trovarsi accanto ad essi anche a Genova?”.