“Per far fronte al calo dei funerali nella chiesa parrocchiale è necessario riscoprirli come momenti evangelici, che mettono insieme l’annuncio di fede e la vicinanza alle persone nel territorio”. È l’appello lanciato da don Natalino Bonazza, parroco nel centro storico di Venezia, dalle pagine di Gente Veneta, settimanale della diocesi lagunare. La proposta del parroco è giustificata “dalla tendenza, ormai consolidata, – si legge nel settimanale – di morire sempre più raramente a casa propria. L’ospedale o la casa di riposo sono diventati i luoghi usuali del trapasso”. Il rischio di questa nuova pratica, diffusa in molte altre città, è “che trasformi – avverte don Natalino – il funerale in fatto anonimo”, facendo venir meno il senso dell’appartenenza, “che solo la propria comunità parrocchiale può trasmettere”. Tra le cause di questa trascuratezza sicuramente c’è la necessità di risparmiare tempo ed energie da parte delle imprese di pompe funebri. “Per loro – è scritto su Gente Veneta – è più semplice e rapido rimanere all’ospedale o andare direttamente al cimitero”. Sembra che le pompe funebri “non capiscono – accusa padre Leopoldo Fior, parroco dei Frari (centro storico della città) – che il rito funebre ha bisogno di una sua serenità e che c’è bisogno di tempo per fare una celebrazione seria”. Per questo “bisogna che anche noi parroci – continua padre Leopoldo – abbiamo il coraggio di prendere posizione, richiamando i valori di fondo, concordando qualche regola, mettendo ben in chiaro che il funerale in parrocchia ha un valore forte”. Anche don Bonazza concorda con la proposta di padre Leopoldo, richiamando “la necessità di sviluppare una pastorale di accompagnamento della morte. Solo così si potranno aiutare le famiglie a non vivere anonimamente il lutto”.