La comunità cristiana in Arabia Saudita continua a soffrire per le restrizioni alla libertà religiosa. Secondo quanto afferma l’organizzazione umanitaria “Middle East Concern”, otto cristiani sono stati arrestati di recente in una retata della polizia. A rilanciare oggi la notizia è l’agenzia internazionale “Fides”. Tra il 19 e il 20 agosto, nella città di Jiddah, sei cristiani sono stati fermati e portati in carcere dagli agenti di sicurezza con l’accusa per tutti di professare la religione cristiana. Solo di tre si conosce l’identità precisa. Tra questi, la situazione più grave sarebbe quella del nigeriano Afobunor Okey Buliamin: sul suo passaporto è scritto che è musulmano ma secondo fonti locali, l’uomo si è convertito al cristianesimo. Per questo è considerato un apostata dell’Islam e la sanzione prevista per tale reato è la pena di morte. In precedenza, il 19 luglio scorso, sempre nella città di Jiddah, era stato arrestato Pradhu Isaac, uomo di nazionalità indiana. La polizia ha fatto irruzione nella sua abitazione, lo ha lungamente interrogato, confiscando bibbie, libri di canto liturgico e un personal computer contente informazioni sugli altri cristiani presenti in città. Il 25 luglio Iskander Menghis, cristiano originario dell’Eritrea, ha subito la stessa sorte. I lavoratori stranieri residenti in Arabia Saudita sono circa 6 milioni. Tra questi, i cristiani (cattolici, protestanti di varie denominazioni e copti) sono circa 600 mila. Oltre a costituire il gruppo non-musulmano più numeroso, i cristiani sono anche i più organizzati come gruppi clandestini di preghiera e sono per questo bersaglio preferito delle autorità saudite. Considerata “terra sacra” musulmana, l’Arabia Saudita non permette ai fedeli di altre religioni di costruire propri luoghi di culto né di poter celebrare culti in privato.