“L’eredità di Mao Zedong, a 25 anni dalla sua morte (avvenuta il 9 settembre 1976), è sempre più sbiadita. La Cina, lanciata in una supercorsa verso lo sviluppo economico, sembra aver dimenticato il Grande Timoniere della libertà della Cina; il catalizzatore della Rivoluzione dei contadini (una assoluta novità nell’universo marxista, che teorizzava la rivoluzione solo nel mondo urbano e proletario); il profeta del sacrificio a beneficio delle masse (‘servire il popolo!’)”, afferma padre Bernardo Cervellera, direttore dell’agenzia internazionale Fides, già missionario in Cina, in una nota che verrà pubblicata sul prossimo numero del Sir. ” “”In una società ormai dominata dalla corruzione e dall’arrivismo – prosegue padre Cervellera – come è la Cina di oggi, le parole di Mao non si citano più. Questo spiega perché i 25 anni dalla morte di Mao non hanno avuto alcun risalto sui media ufficiali. Al contrario, solo nel ’93, per il centenario della sua morte, vi erano state manifestazioni, celebrazioni, pubblicazioni a non finire. Ma sarebbe un giudizio troppo superficiale dire che l’eredità di Mao in Cina è ormai finita”. In particolare “c’è ancora una eredità dura da eliminare: è la concezione del potere e dello stato voluta da Mao. Ancora oggi la Cina, per nulla democratica, proclama che il PCC è il dio della Cina; che l’esercito deve obbedire ad esso e che tutta la vita dei cinesi va ispezionata, verificata, controllata, soppressa secondo la ragion di stato, proprio come ai tempi di Mao. Lo stato poliziesco, vera eredità dell’imperatore Mao, rimane ancora in vita: la chiesa cattolica sotterranea è soffocata; quella ufficiale è controllata; le sette sono perseguitate; gli intellettuali devono seguire la linea ufficiale, pena l’esilio o la prigione; i caffè internet chiusi; le pubblicazioni soppresse. La gabbia costruita da Mao è viva e vegeta e chissà per quanto tempo”.” “