“Deviazioni del sentimento del sacro e forme di preghiere non legittime, che snaturano sia la concezione del Dio della rivelazione sia la stessa preghiera cristiana”. Definisce così mons. Domenico Crusco, vescovo di San Marco Argentano-Scalea (Cosenza), in una nota pastorale dal titolo “Guarigione e salvezza”, le iniziative di preghiera convocate da “guaritori”, ai quali si “attribuiscono poteri divini”. Attualmente, soprattutto nel sud, “c’è un massiccio ricorso – scrive il vescovo nella nota pastorale – al sacro, in tutte le sue forme, per ottenere protezione e per essere guariti da malattie e da ogni fattore che genera sofferenza ed infelicità”. Questa richiesta del miracolo ad ogni costo “porta molto spesso – spiega il presule – i fedeli a rivolgersi a persone che si autoproclamano guaritori o vengono ritenuti in possesso di particolari facoltà spirituali”. Il fenomeno “produce – spiega mons. Crusco – un processo di attesa spasmodica e di contatto con detti guaritori e fa accorrere in massa verso i luoghi dove questi operano, diffondendo così l’idea di una sorta di onnipotenza del male, contraria a quella di Dio”. Conseguenza inevitabile di tutto ciò è “l’aggravamento – continua il pastore -, in persone sensibili e più fragili, di vere e proprie psicosi, che, se nella suggestione del momento sembrano scomparire, dopo pochi giorni riemergono con più forza e sono più difficili da curare a livello medico”. Per questo motivo, “i parroci e gli altri fedeli – ammonisce – non sono autorizzati ad organizzare pellegrinaggi o forme di partecipazione a incontri di preghiera in località dove agiscono guaritori o persone alle quali si attribuiscono carismi particolari”. E, rivolgendosi a coloro che si ritengono in possesso di particolari facoltà spirituali, conclude: “A costoro, come ad ogni altro, non è fatto divieto di pregare per gli ammalati: lo facciano però in privato, a casa propria e senza concorso di popolo”.