“Richard Rossi non diventi l’ennesima vittima di questa guerra insulsa e disumana”: è l’appello di don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, che interviene per chiedere la sospensione della pena di morte per l’italo-americano Richard Rossi, rinchiuso in un carcere dell’Arizona, perché non venga giustiziato come Derek Rocco Bernabei, ucciso negli Usa esattamente un anno fa, nonostante la forte campagna umanitaria internazionale. Come Gruppo Abele, afferma don Ciotti, “ci sentiamo in obbligo morale e politico nell”adottare’ Rossi, così come i detenuti di tutto il mondo in attesa di esecuzione, e a cui viene sottratta giorno per giorno la dignità e la speranza”. Don Ciotti ricorda anche il caso della Turchia, “dove 2.000 prigionieri politici e i loro familiari stanno conducendo da tempo un duro sciopero della fame contro le celle d’isolamento. Solo negli ultimi mesi, da marzo a oggi, 32 scioperanti sono morti e 105 sono in coma, nel quasi totale silenzio e disinteresse della comunità internazionale e dell’Europa. Proprio su questa tremenda situazione, nei giorni scorsi, a nome di un gruppo di associazioni, abbiamo interpellato il presidente della Commissione europea, Romano Prodi”. “In un mondo che non pone più confini ai commerci e alle merci – afferma don Ciotti – è ancor più intollerabile che esistano luoghi dove sono banditi i diritti umani, l’informazione democratica e la civiltà giuridica. Richard Rossi, lanciando il suo accorato appello, diceva che, oltre la libertà, gli mancano le radici italiane, che vorrebbe riscoprire. Forse tutti noi dobbiamo riscoprire, con maggiore coerenza e determinazione, le radici della comune umanità e denunciare ad alta voce l’attualità tremenda della violazione dei diritti umani, che riguardino la pena capitale negli Usa o in Cina, la Cecenia, il Medio Oriente o la Turchia”.” “” “” “