Un papa “indimenticabile” che ha percepito “l’urgenza missionaria di farsi pellegrino di speranza nel mondo”. Così Giovanni Paolo II, alla vigilia della partenza del suo 95° viaggio internazionale fuori dall’Italia, in Kazakhstan ed in Armenia, ha definito Paolo VI, in un messaggio inviato oggi ai partecipanti all’VIII Colloquio internazionale su “I viaggi apostolici di Paolo VI”, che si è aperto oggi a Brescia (fino al 23 settembre) per iniziativa dell’Istituto Paolo VI. “Con intuito profetico”, scrive il Papa a proposito di Papa Montini, “egli percepì l’istanza missionaria di farsi pellegrino di speranza nel mondo per confermare i fratelli nella fede e per annunciare Cristo agli uomini del nostro tempo”. “Fu Paolo VI – ha ricordato il suo segretario particolare, mons. Pasquale Macchi – ad avere l’idea di fare un pellegrinaggio nella terra di Gesù, primo tra i Papi, e primo viaggio che aprì la strada ai viaggi apostolici suoi e dei suoi predecessori”. Il 4 gennaio del 1964 – data della partenza per la Terra Santa – rimane una data storica, e non soltanto perché era la prima volta che un papa viaggiava in aereo. Ancora attuali, ha raccontato ad esempio Macchi, le prime parole dette da Paolo VI al suo ingresso in Israele: “Pellegrino di pace, imploriamo per prima cosa il dono della riconciliazione dell’uomo con Dio e quello della concordia profonda e sincera fra tutti gli uomini e fra tutti i popoli”. Memorabile, e in questi giorni davvero profetica, la sua trascrizione in chiave moderna delle Beatitudini: “Beati noi – aveva detto, infatti, Paolo VI – se, formati alla dolcezza dei forti, sappiamo rinunciare alla potenza funesta dell’odio e della vendetta e abbiamo la sapienza di preferire al timore che incutono le armi la generosità del perdono, la conquista della libertà e della pace. Beati noi se preferiamo essere oppressi che oppressori e se abbiamo sempre fame di una giustizia in continuo progresso”. ” “” “