“In questi giorni di ansia e di angoscia per l’umanità tragicamente ferita dall’odio e dalla violenza sanguinosa, abbiamo avuto il privilegio di tornare sui passi di Paolo VI pellegrino di pace e messaggero di amore, come oggi proprio il suo successore Giovanni Paolo II nel Kazakhstan”. Ha concluso così ieri il card. Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, l’VIII Colloquio internazionale su “I viaggi apostolici di Paolo VI”, svoltosi nei giorni scorsi ai Brescia per iniziativa dell’Istituto Paolo VI. Poupard ha messo l’accento sulla “novità assoluta” del primo papa viaggiatore, che “rinnova il volto della Chiesa, non più fissato nell’immobilismo”, ma tesa “all’incontro missionario di tutti gli uomini e di tutte le culture, nel dialogo rispettoso e fraterno con gli altri figli di Abramo, gli ebrei ed i musulmani, i seguaci anche delle grandi tradizioni culturali e religioni dell’Asia, e tutti gli uomini di buona volontà”. Paolo VI, in altre parole, è un papa che “si fa missionario con l’annuncio e il dialogo. La Chiesa si fa ascolto”, secondo il programma delineato all’inizio del pontificato fin dalla sua prima enciclica, “Ecclesiam suam”, del 6 agosto 1964. Il “nuovo stile” con cui “il successore di Pietro adempie il suo ministero che vuol servire l’unità in un mondo plurale”, ha sottolineato il relatore, “manifesta il carattere universale della Chiesa cattolica, promuove le Chiese visitate che al momento diventino, e non più Roma, il centro dell’attenzione della Chiesa e del mondo, ristabilisce il posto della Chiesa nella società civile, e nella continuità dell’insegnamento sociale della Chiesa suscita una nuova presa di coscienza sulla presenza e la responsabilità dei cristiani nella vita politica e sociale”.