Una rete di servizi di tipo residenziale, diurno e domiciliare in netta crescita negli ultimi dieci anni, meglio distribuita al Nord che al Sud, con una grande presenza di operatori volontari formati, buoni rapporti con gli enti pubblici ed entrate da convenzioni o autofinanziamenti. Questa è, in sintesi, la fotografia dei servizi socio-assistenziali collegati con la Chiesa cattolica tracciata dal 3° censimento nazionale realizzato dalla Consulta degli organismi socio-assistenziali (che riunisce 15 organismi di ispirazione cristiana, tra cui Caritas italiana, Comunità di Capodarco, Fict, ecc.) e presentata oggi a Roma. Una ricerca che non ha l’intenzione “di ammassare motivi di vanto o inseguire occasioni di potere”, ha precisato mons. Benito Cocchi, presidente della Caritas italiana, ma che serve “prima di tutto per una riflessione pastorale” sulla qualità e il futuro dei servizi. A distanza di dieci anni dall’ultima indagine (nel 1988) nel 1999 i servizi socio-assistenziali collegati con la Chiesa risultano essere 10.938, con un aumento complessivo del 167% (rispetto ai 4.089 dell”88). Il rapporto tra servizi residenziali e diurni si equivale (42%,3 in entrambi i casi), mentre il 15,5% sono di tipo domiciliare. Prevalgono i servizi di prima accoglienza e primo aiuto (21,4% dei servizi diurni), mentre tra i residenziali il 15,7% sono istituti per anziani. Questa categoria di persone è anche al primo posto tra gli utenti (21,6%), seguita da persone adulte e famiglie italiane con problemi (18,8%), quindi da minori e giovani (16,3%), tossicodipendenti e alcolisti (9,8%), immigrati (8,9%), persone disabili (8,6%). Lo squilibrio Nord/Sud è evidente: nel Nord Ovest vi sono 23,9 servizi ogni 100.000 residenti, al Sud solo 12,3. Per quanto riguarda il personale, la fetta più consistente è costituita dai volontari: 211.900 contro 89.000 operatori laici retribuiti, 2.324 religiosi retribuiti, 9.000 obiettori. “Pur essendo positiva la grande presenza di volontari – ha commentato Giovanni Sarpellon, dell’Università di Venezia, curatore della ricerca -, mi chiedo se gli utenti non corrano il rischio che il servizio, affidato esclusivamente ai tempi flessibili del volontariato, possa a volte non essere erogato”. Le entrate derivano per il 57% da finanziamenti pubblici (convenzioni e contributi), per il 30,2% da autofinanziamento (sottoscrizione di soci, produzione e distribuzione di beni, rendite patrimoniali), per il 26,8% da contributi di enti religiosi di riferimento e per il 25,3% da rette a carico dell’utente. (segue)