“No” a “soluzioni affrettate” che “scarichino solo sulle persone che lavorano i costi di questa operazione”, sì ad aziende che si assumano le loro “responsabilità sociali” e ad un’azione congiunta di “imprese, soggetti istituzionali e finanziarii” affinché “si creino le condizioni per ristabilire una corretta gerarchia di valori: il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro”. Ad intervenire sulla vicenda della crisi della Fiat è don Paolo Tarchi, direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale sociale e il lavoro, secondo il quale “i costi dell’operazione in corso per ‘salvare’ la Fiat non possono essere scaricati solo sul mercato del lavoro, cioè sulle persone”. “Esiste una responsabilità sociale dell’impresa, in questa vicenda”, aggiunge il direttore dell’Ufficio Cei citando il “Libro verde” europeo, in circolazione anche in Italia, in cui si sottolinea che “al centro del lavoro non c’è solo la dimensione del capitale e del profitto, ma anche l’attenzione all’importanza del capitale umano e dell’impatto ambientale che l’impresa produce”. Il “Libro verde” suggerisce regole precise anche nel caso di una “ristrutturazione” di un’azienda, che “se vuol essere socialmente responsabile commenta Tarchi deve essere equilibrata, cioè considerare gli interessi e le preoccupazioni di tutte le parti coinvolte, ed esige un’accurata preparazione, la valutazione dei rischi e dei costi diretti o indiretti e la ricerca di tutte le soluzioni alternative in grado di evitare i licenziamenti”. Ma la sola “assunzione di responsabilità” della Fiat non basta, avverte il direttore dell’Ufficio Cei: “Serve l’azione di altri soggetti: istituzionali, che sembra si stiano muovendo, e finanziarii, affinché si creino le condizioni per ristabilire la corretta gerarchia dei valori: il capitale è per il lavoro, e non per giochi speculativo-finanziarii, ed il lavoro è un bene della persona”. Dalla crisi Fiat, secondo Tarchi, emerge “ancora di più la necessità di una riforma complessiva del mondo del lavoro e delle tutele necessarie per i lavoratori”. In una cultura come quella attuale, conclude Tarchi, in cui “si insiste molto sulla flessibilità dei lavoratori, non sempre le imprese dimostrano la stessa disponibilità ad essere, a loro volta, flessibili”.