Il rapporto degli italiani con i media, ed in particolare il loro consumo, “non si gioca su fattori scontati”. A ribadirlo, questa mattina, è stato Giuseppe De Rita, segretario generale del Censis, a margine della presentazione del secondo rapporto sulla comunicazione in Italia, realizzato dal Censis insieme all’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana). L’Italia – rivela il rapporto – risulta divisa a metà nella fruizione di media, con un contrasto tra i “marginali” che costituiscono il 9,1% della popolazione esaminata (4 milioni e 500 mila) e i “pionieri”, che sono il 2,3% (1 milione e 100 mila). Tenendo conto di questi dati, De Rita ha fatto alcune osservazioni circa le “diete mediatiche” degli italiani: “Anzitutto, la ‘dimensione casalinga’ del consumo. Quasi tutti media, tranne il cellulare, vengono utilizzati nella propria casa. È un aspetto questo che coinvolge maggiormente i giovani rispetto agli adulti, provocando una convergenza nelle valutazioni dei prodotti mediali”. In secondo luogo, “il pericolo della noia”: il 20% degli italiani si annoia leggendo giornali, il 25% leggendo libri, il 18% settimanali…”. Chi si annoia di più? I giovani (circa il 40%). Secondo De Rita, “tale noia dovrebbe far nascere una forte preoccupazione nei proddutori” di ‘oggetti mediatici’. Un ultimo rilievo sulla “preferenza accordata a ciascun medium. Della Tv i generi preferiti sono i film (64%), poi i telegiornali (55,1%) e lo sport (24,7%); meno seguite invece le fiction (4,9%) e i talk show (10,2%). Dei quotidiani vengono preferite le notizie di cronaca nazionale (57,1%) e locale (45,8%). Dei settimanali, infine, tutto ciò che riguarda lo spettacolo (29,5%), la moda (19,4%) e la bellezza (19,2)”. Queste brevi riflessioni, ha concluso De Rita, “fanno notare come il progresso mediale italiano sia per nulla scontato e ribadiscono l’imprevedibilità del futuro”. Dello stesso avviso, il presidente dell’Ucsi Emilio Rossi che ha anche invitato gli operatori della comunicazione a “un maggiore senso di responsabilità. Progresso non è solo multimedialità, ma soprattutto riflessione sulle competenze, sui contenuti che i nuovi strumenti veicolano”.