ABORTI CLANDESTINI: C. CASINI (MPV), “FETO O NEONATO È SEMPRE INFANTICIDIO”

” “”Dicevano che la legalizzazione dell’aborto avrebbe eliminato l’infanticidio e la legge 194 avrebbe sgominato l’aborto clandestino, ma questi fatti sono sotto gli occhi di tutti” a dimostrare “la preoccupante deriva legata alla totale mancanza di rispetto del diritto alla vita fin dal concepimento”. A dichiararlo al Sir, all’indomani della condanna a vent’anni di reclusione dei due ginecologi romani Ilio e Marcello Spallone, accusati di omicidio volontario per la soppressione di sedici feti nati vivi in seguito ad aborti procurati fino all’ottavo mese di gravidanza, è il presidente del Movimento per la vita, Carlo Casini. “Una condanna a 20 anni di reclusione anche per omicidio non può essere censurata – prosegue Casini -; quei feti erano uomini”. Ma se “la legge punisce come omicidio l’uccisione di un essere umano che ha respirato, e come aborto l’uccisione del concepito che prende l’ossigeno non dai polmoni ma dal funicolo ombelicale che lo lega alla madre, dal punto di vista della verità – si interroga il presidente Mpv – qual è la differenza?”. Casini si è detto inoltre convinto che se “in questo processo sembrano accertati molti aborti illegali, è ragionevole immaginare che ne siano stati effettuati in numero molto maggiore. Il caso di Villa Gina – denuncia – non è del resto unico. Altre vere e proprie cliniche in cui si effettuavano aborti illegali sono state scoperte in varie parti d’Italia, ma i relativi processi sono rimasti nell’ombra. Ai Centri di aiuto alla vita vengono sovente raccontate storie di aborti precedenti, di ‘consigli e suggerimenti’, che dimostrano la larga e persistente presenza dell’aborto clandestino, reso più esteso dalla crescente popolazione extracomunitaria”. A ciò vanno ad aggiungersi “gli aborti precocissimi causati dalla pillola del giorno dopo (20mila confezioni vendute ogni mese in Italia) che sfuggono ad ogni controllo”. Di qui, insiste Casini, l’urgenza di educare a “riconoscere l’uomo fin dal concepimento e, contemporaneamente, proprio in virtù di tale riconoscimento, condividere le difficoltà di una gestante in difficoltà, sia come singoli individui che come società, Stato e istituzioni. E’ giunta l’ora che una tale azione di educazione e di solidarietà sia fatta uscire dal silenzio e dall’isolamento e diventi – in ogni senso – azione pubblica attraverso i consultori, la scuola e i mezzi di informazione”.
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