” “Un grande convegno ecclesiale è sempre qualcosa di più di un momento pur qualificato di confronto e di dibattito. E’ una sede solenne per fare una verifica, per prendere impegni, per dire qualcosa al Paese. Questo vale soprattutto per l’appuntamento delle “parabole mediatiche”, che ha un sottotitolo impegnativo, “fare cultura nel tempo della comunicazione” e si concluderà con un “incontro nazionale degli operatori della cultura e della comunicazione” con il Papa. E’ un momento di verifica dell’impegno preso a Palermo, di cui il progetto culturale, nato dalla consapevolezza della relazione strettissima tra cultura e comunicazione, è il frutto più significativo, come impegno di rinnovamento della pastorale e di sostegno alla testimonianza dei laici nella città. A che punto siamo? Siamo in corsa. Si è presa coscienza che la comunità ecclesiale è caratterizzata da un grande pluralismo di soggetti, che ha corso il rischio di produrre frammentazione e conflittualità ed ora sta trovando, con pazienza, ma anche con decisione, nuove strade condivise. Ecco allora i tanti incontri promossi nel quadro del progetto culturale, lo sviluppo di una elaborazione culturale che prende atto del cambiamento e riafferma, oltre tutti gli steccati, il grande dinamismo della libertà e della verità, le ragioni della vita e della persona. Con la consapevolezza che nulla è scontato (a partire dalla stessa nozione di uomo e donna), ma che ci sono tante attese cui dare risposte. Che impegni prendere per investire? La Chiesa italiana ha molto investito sui mezzi, dalla televisione, al quotidiano, passando attraverso la radio, il sistema dei settimanali, fino a questa agenzia, che ha aperto da poco una finestra europea. Ha molto investito su operatori della comunicazione ed ha nuovamente posto all’ordine del giorno l’importanza di investire sulla cultura. Probabilmente si può fare di più sull’orizzonte sistemico, che poi è un orizzonte di comunione ecclesiale. Per incrementare ulteriormente – sulla base serena e certa dell’identità cattolica – le forme di dialogo e di apertura. Che cosa dire al Paese? Che non possiamo accontentarci di una deriva di frammentazione, che ha i suoi pontefici in tanti “contenitori” e “talk show”, come si è visto in queste settimane. In tutta serenità, proprio perché si vuole dire sì alla vita concreta, alle speranze concrete, bisogna dire no a troppe forzature, all’omologazione (anche del bene prezioso della comunicazione) ad un sistema globalizzato di consumo, che prima di tutto consuma le persone. Riconciliare insomma e rilanciare la cultura e la comunicazione, con la radice di queste parole, che è nella vita concreta. Con una certezza: che qui si possono realizzare molte innovazioni e verificare tante convergenze, anche le più impensate.