” “Globalizzazione e “insensibilità morale” è un falso binomio: lo ha detto Zygmunt Bauman, sociologo polacco dell’Università di Leeds (Inghilterra), intervenendo oggi al Convegno “Parabole mediatiche”, in svolgimento a Roma (fino al 9 novembre) per iniziativa della Cei. Secondo il sociologo, “non c’è motivo per supporre che siamo diventati, o stiamo diventando, meno sensibili dei nostri antenati al dolore umano. Piuttosto, sembra stia avvenendo esattamente il contrario. Tolleriamo il dolore sempre meno, persino la vista del dolore provato da altri. Molte forme di miseria umana, in passato accettate come elementi ineluttabili della vita umana, vengono considerate ora superflue e gratuite, ingiustificate o assolutamente offensive e soprattutto bisognose di rimedio”. Per Bauman, “il problema è che ora, diversamente che in passato, il volume della nostra consapevolezza del destino degli altri e la nostra capacità di influenzarlo non coincidono. Solo una parte relativamente piccola dei risultati e delle ripercussioni delle nostre azioni o inazioni è controllata eticamente e guidata da sentimenti morali”. E’ l'”unilateralità del processo di globalizzazione”, sostiene il sociologo, che scoraggia “l’impegno a lungo termine”. Oggi, “nuove e sfrenate forze economiche sono libere di agire globalmente”, ma “non esistono strumenti adeguatamente globali per un’azione eticamente motivata e globalmente informata”. Un antidoto a questa tendenza, per Bauman, “non potrà esistere se la fiducia nell’efficacia del discorso pubblico e nella sua forza di suggerire un’azione collettiva congiunta rimarrà tenue e fragile come tende ad essere oggi nella nostra società completamente individualista”. Ci vogliono “coraggio e volontà”, oggi, per diventare “attori morali” del mondo globalizzato: “Il XX secolo ha concluso Bauman -, caratterizzato dalla scoperta sinistra che il male può riemergere dalla civilizzazione non solo indenne, ma anche ravvivato e rinforzato, è cominciato nel 1914. Rimane ancora aperta la questione di quando terminerà. Tocca agli spettatori lottare per trasformarsi in attori e rispondere a questa domanda, essere essi stessi la risposta”.
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