” “”Quando e dove sono stato sconfitto nel tentativo di comunicare la fede nel mio lavoro?”: è questo l’interrogativo che deve guidare gli operatori della comunicazione nella loro riflessione sul “come comunicare la fede e fare cultura”. È quanto ha suggerito questa mattina Federico Di Chio, amministratore delegato della Medusa Film, ai partecipanti al Convegno Cei “Parabole mediatiche: fare cultura nel tempo della comunicazione”, in corso di svolgimento a Roma. “È sbagliato – ha detto Di Chio – avere la convinzione che la fede sia qualcosa da comunicare, al pari di qualsiasi altro prodotto. Non è così. La fede è un dono, perciò compito del comunicatore, prima ancora di pensare cosa fare, è mettersi a disposizione, facendosi strumento del comunicare”. Ciò è ancor più vero se si tiene conto che “l’universo dei media è un territorio di missione duro, che alle volte promuove un contro-Regno. Basta confrontare le immagini utilizzate nel descrivere il Regno e quelle oggi in voga nei prodotti mediatici. Le prime sono di piccolezza, di nascondimento; quelle mediatiche, invece, sono di forza, di sopraffazione”. Da questo contrasto, continua Di Chio, “risulta evidente come lo spazio mediatico sia divenuto a poco a poco un ‘luogo diabolico’. Ciò che più colpisce è che quest’istanza diabolica risieda proprio nel simbolico per eccellenza, cioè i media. Agli operatori della comunicazione, dunque, è chiesto di collocarsi in modo nuovo nell’universo mediatico”. In che modo? Di Chio, da esperto di cinema e Tv, fa riferimento ai film prodotti negli ultimi anni: “I film che in questi anni hanno avuto maggior successo sono quelli i cui protagonisti vivono con intensità la realtà quotidiana: persone che hanno paura, che gridano, che soffrono. Oggi, dunque, c’è un cinema nuovo che affronta i sentimenti e le passioni. Tutto ciò è indizio di una forte inquietudine. È questo il territorio che bisogna presidiare. È qui che noi possiamo dare qualcosa; è qui che noi dobbiamo dire e gridare con forza”.