Il prefetto ha citato Basilio, del IV secolo, che parlando di Amos, “pastore e coltivatore di sicomori”, ha spiegato che “il sicomoro è un albero che produce moltissimi frutti, ma non ha alcun sapore se questi non vengono incisi adeguatamente e tirano fuori tutto il loro gusto”: così per “l’ampiezza, ricchezza, fastosità del paganesimo”, il cui “limite” consiste però nell’essere “insipido e inutilizzabile”. Allora e anche oggi, è la tesi di Ratzinger, “è necessario un cambiamento totale, che non distrugge la sostanza, ma le dà la qualità che le manca”. Una “trasformazione necessaria”, questa, che tuttavia “non può derivare da un albero: ci vogliono coltivatori che, dall’esterno, sappiano incidere le nostre culture e i loro frutti, perché ciò che non era fruibile venga purificato e diventi non solo fruibile, ma anche ‘buono'”. Per Ratzinger, insomma, il Vangelo non sta ‘accanto’ alla cultura, e l’evangelizzazione non è un semplice adattamento alla cultura dominante”. “Gli irenismi facili ha aggiunto – non aiutano nessuno. La fede è stata sempre critica delle culture, e oggi deve diventare impavida e coraggiosa”, anche per combattere “le degenerazioni culturali del presente”. “Paziente approfondimento e comprensione, sensibilità, comprensione dei processi culturali dall’interno, per individuarne i rischi e le possibilità nascoste o palesi”. Questi, per Ratzinger, i requisiti per comunicare la fede nella società, partendo dalla consapevolezza che “la fede cristiana è aperta a tutto ciò che di grande, vero e puro viene dalla cultura del mondo”, ricerca “punti di contatto”, recupera “il buono” ma sa anche “opporsi a ciò che sbarra le porte al Vangelo”.