Pubblichiamo il commento di Gianni Di Cosimo, docente di diritto costituzionale all’Università di Macerata e collaboratore del Sir, circa l’invito rivolto ieri dal Presidente della Repubblica alle alte cariche dello Stato e del governo per un maggiore “dialogo” tra le parti, “affinché le riforme istituzionali possano realizzarsi con il più largo consenso”.
Ora che tornano ad accendersi i riflettori sulle riforme istituzionali, è bene ricordare che non partiamo da zero. Bene o male, negli ultimi anni riforme se ne sono fatte, da quella elettorale a quella del sistema regionale. E proprio da lì bisogna ripartire. Sarebbe vano inseguire la “grande riforma” che magicamente risolva tutti i nostri guai. Più saggio è portare a compimento le riforme già avviate sia sul versante del governo centrale che su quello del decentramento dei poteri. Sul primo versante sarebbe opportuno perfezionare l’attuale assetto piuttosto che introdurne uno nuovo. Da qualche anno a questa parte abbiamo ormai che alle elezioni si confrontano due coalizioni ciascuna delle quali esprime un candidato alla Presidenza del Consiglio che è destinato a rimanere in carica per l’intera legislatura. Tutto sommato questo sistema sta dando buona prova perché assicura la stabilità necessaria per realizzare politiche efficaci (che poi le politiche dei governi siano davvero tali, dipende da altri fattori). Certo, può essere perfezionato, magari rafforzando il ruolo del Presidente del Consiglio. Non sarebbe male, per esempio, dare al Presidente il potere di cacciare i ministri che ritenga non più idonei al compito assegnato. Se proprio vogliamo richiamare le “etichette”, la prospettiva è quella del premierato (secondo l’esperienza inglese o quella, parzialmente diversa, tedesca) piuttosto che del presidenzialismo (secondo l’esperienza statunitense). Sul versante del decentramento occorre rimediare ai non pochi difetti della riforma del sistema regionale del 2001, per esempio accorciando l’elenco delle materie in condominio fra legge statale e regionale, oppure trasformando finalmente il Senato nella Camera delle Regioni. Niente stravolgimenti, dunque. Anche perché le riforme hanno bisogno di tempo prima di andare a regime e nella fase iniziale comportano costi e disagi, come si vede con la riforma del sistema regionale dell’anno scorso. Passando dal piano del merito delle riforme a quello del metodo non si possono che sottoscrivere le parole del Presidente della Repubblica: le modifiche della Costituzione vanno fatte coinvolgendo anche le minoranze. Del resto, le democrazie liberali come la nostra sono contraddistinte proprio dal fatto che il potere della maggioranza parlamentare è limitato dai princìpi costituzionali che, ovviamente, non sono nella sua disponibilità. E che sia così è un bene per tutti, non fosse altro perché le maggioranze cambiano e chi oggi è al governo domani potrebbe ritrovarsi all’opposizione.