NOTA SETTIMANALE

Pubblichiamo il testo integrale della nota Sir di questa settimana – Certamente c’entra anche l’imminente rinnovo del Consiglio d’Amministrazione della RAI, da sempre uno dei punti cruciali per misurare la temperatura dell’Italia politica. Certamente c’entra la questione ancora aperta del “conflitto di interessi”, da qualche giorno alla prova di un complesso passaggio parlamentare. Ma il monito rilanciato a Genova dal presidente della Repubblica merita di essere ricordato: “non c’è una democrazia sana se non c’è pluralismo dell’informazione, sia nella carta stampata, sia nel sistema radiotelevisivo”. Di più: “dal livello locale a quello nazionale” bisogna consentire “l’accesso equilibrato a tutte le componenti della vita politica e sociale del Paese”. Fin qui il presidente della Repubblica, che non ha mancato di sottolineare, citando il trattato di Amsterdam sull’unione Europea il ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo, che “è direttamente collegato alle esigenze democratiche, sociali e culturali di ogni società, nonché all’esigenza di preservare il pluralismo dei mezzi d’informazione”. Il dibattito che immediatamente si è aperto e cui hanno partecipato tutti i leader e tutti i partiti qui non ci interessa, tanto è scontato e prevedibile. Non interessa qui secondare quella “nevrosi da schieramento” che ha preso da ormai diversi anni il nostro Paese ed appare la modalità (tendenzialmente patologica) del bipolarismo italiano. Interessa piuttosto il merito del problema. Un tempo si diceva “quarto potere” per indicare il rilievo del sistema della comunicazione per lo sviluppo della democrazia. Oggi non pare il quarto goda una saluta molto migliore degli altri tre. La democrazia non si sviluppa enfatizzando la contrapposizione amico-nemico. E’ invece necessario puntare sul pluralismo istituzionale, sulla molteplicità dei soggetti istituzionali, pubblici e privati, in una comune e condivisa cornice costituzionale. La democrazia infatti è in sé fragile, riposa su un delicato equilibrio di istituzioni, e, secondo un ammonimento più volte ripetuto di Giovanni Paolo II, può convertirsi in forme di totalitarismo “aperto oppure subdolo”. Qui c’è un ruolo importante per i cattolici, di stimolo, di critica, di impegno, di presenza. Difendere, promuovere e sviluppare non solo il “bene comune”, che talora può apparire un concetto un po’ astratto, ma i “beni comuni”. Tra cui, come dimostra una tradizione più che centenaria e tante storie di dedizione e di impegno, hanno un ruolo decisivo i mezzi di comunicazione ed il sistema della comunicazione.