TANGENTOPOLI: DON COZZOLI (PONTIFICIA UNIVERSITÀ LATERANENSE), “CORRUZIONE E CONCUSSIONE SONO PECCATI CONTRO LA GIUSTIZIA”

“Corruzione e concussione sono atti immorali e perciò peccati: sono furti, peccati contro la giustizia”. È quanto scrive a 10 anni dallo scandalo di tangentopoli, don Mauro Cozzoli, docente di teologia morale alla Pontificia università lateranense, in una nota che verrà pubblicata sul prossimo numero del Sir. “Sembrava un capitolo chiuso e relegato al passato – afferma il docente -, invece, è ritornato d’attualità con lo scandalo delle tangenti all’ospedale “Le Molinette” di Torino”. Episodio questo, secondo don Mauro Cozzoli, che ha fatto “uscire allo scoperto piccoli e grandi profittatori nella gestione della cosa pubblica che , in questi 10 anni, hanno continuato a fare affari e a lucrare dal loro posto di comando”. Per don Cozzoli, dinanzi a tanta corruzione “non possiamo limitarci semplicemente a una presa d’atto indignata, delusa e rassegnata. Dobbiamo, invece, domandarci: come mai anni di denunce, di condanne, di epurazioni politiche e amministrative non hanno sradicato un fenomeno perverso la cui condanna ha avuto un coinvolgimento e un supporto sociale unanime ed unico? Nessun’altra condanna morale, difatti, ha trovato una tale diffusione e unanimità di consensi”. Per questo, dichiara il teologo, “non basta stracciarsi ipocritamente le vesti in presenza di fenomeni di disonestà, quando sistematicamente si rimuove dalle coscienze il senso del bene morale; ed il senso (etico) del peccato è surrogato da quello (meramente legale) del reato”. È chiaro, dichiara don Mauro Cozzoli che, “quando negli immaginari oggi prevalenti uno vale per quello che ha e guadagna (e non per quello che è); quando la furbizia vale più dell’onestà, si smarrisca la coscienza del bene morale, appiattendo tutto a livello di risultati e di affari”. Da qui, poi, la convinzione che “se il risultato è conveniente, se l’affare è redditizio tutto è giustificato, anche a danni di persone e di comunità. Tanto, male che vada – si pensa – avrò semplicemente commesso un reato”, dimenticando di essere diventato allo stesso tempo “un disonesto”. Ma “questo conta meno – conclude don Mauro Cozzoli – per una socio-cultura che va perdendo il senso dell’onestà ed, al tempo stesso, si duole e s’indigna per tale perdita”.