AMNESTY, UNA CAMPAGNA CONTRO I DIAMANTI DELLE ZONE DI GUERRA

“Quando andate a comprare un diamante per San Valentino, chiedete al gioielliere se ne conosce la provenienza”. È una delle iniziative della campagna di Amnesty International contro i traffici di diamanti che alimentano le guerre in alcuni Paesi africani, tra i quali Angola, Repubblica Democratica del Congo, Sierra Leone. I giacimenti di diamanti di queste zone sono infatti la posto in gioco di eserciti e movimenti di guerriglia, che sfruttano il commercio di gemme per comprare armi. Per questo Amnesty international ha lanciato la campagna intitolata “Il vero costo dei diamanti”, che consiste nel far pressione su gioiellieri e su governi perché controllino l’origine dei diamanti importati. Amnesty intende sollecitare la comunità internazionale a creare un sistema di certificazione della provenienza dei diamanti e chiede inoltre, ai diversi Paesi coinvolti nel traffico, di perseguire i responsabili di tali commerci. “La creazione di un sistema di certificazione internazionale dei diamanti è un passo verso la giusta direzione” commenta all’agenzia internazionale Fides p. Giovan Battista Antonini, missionario comboniano in Africa, che però invita a “non illudersi che questi commerci finiscano dal giorno alla notte”. “L’iniziativa è senza dubbio meritorio, perché crea una sensibilità nell’opinione pubblica mondiale sul problema – osserva -. Ma la fine dei traffici è un obiettivo a lungo termine, a condizione che la comunità internazionale eserciti i dovuti controlli”. In Congo, ad esempio, spiega p. Antonini “la zona diamantifera di Kisangani è controllata da Uganda e Rwanda. Quest’ultimo Paese, che prima dell’invasione del vicino, esportava una piccola quantità di gemme, è diventato un grande esportatore di diamanti provenienti dalle miniere congolesi, ma le tasse e i diritti doganali non vengono pagati a Kinshasa. Le ricchezze del Paese (diamanti, coltan, legname) sono depredate e i congolesi diventano sempre più poveri”. In Angola, invece, continua padre Antonini, “la guerra tra l’Unita, che controlla i giacimenti diamantiferi, e il governo, che controlla il petrolio, sembra senza fine mentre la comunità internazionale se ne disinteressa”.