L’emendamento del governo sulla regolarizzazione delle colf propone l’immagine di un immigrato “usa e butta”, cioè “un immigrato visto non nella sua dignità di persona umana, ma nella sua funzionalità alla nostra economia e alle urgenze delle famiglie italiane”. E’ il parere di padre Bruno Mioli, direttore dell’ufficio per la pastorale degli immigrati e dei profughi in Italia della Fondazione Migrantes, che contesta alcuni “punti oscuri” dell’emendamento al nuovo disegno di legge sull’immigrazione (ddl 795) attualmente in discussione alla Commissione affari costituzionali del Senato. Tra i rilievi fatti, “per smorzare possibili entusiasmi quasi si trattasse di un provvedimento a lungo invocato dalle parti sociali”, padre Mioli cita l’incongruenza del permesso concesso solo per un anno alle colf, “benché si tratti di lavoro a tempo indeterminato”, anziché farlo rientrare nella categoria che ha diritto al permesso per due anni, come previsto dalla legge ora in vigore e “perfino nel nuovo disegno di legge”. Inoltre, nel caso la colf perdesse il posto di lavoro (ad esempio per la morte dell’assistito), precisa, l’immigrato “non avrebbe altra scelta che lasciare l’Italia e non avrebbe più un titolo valido per rimanere in Italia o per iscriversi al collocamento”: “Si pensi quale possibile arma di ricatto questa potrà essere in mano al datore di lavoro”, osserva padre Mioli. In più lo stesso datore di lavoro “sarà soggetto ad una tale trafila di sportelli, dichiarazioni, documentazione, da sentirsi scoraggiato dal proseguire le pratiche per l’emersione dal lavoro irregolare”.