Dopo l’11 settembre, “le Chiese cristiane sono chiamate a darsi un colpo di remi. Tutti indistintamente, dobbiamo deciderci a riconoscere il dono e il carisma dell’altro”, acquisendo una nuova capacità di “gestire l’alterità nella diversità” contro “il pericolo di una globalizzazione strisciante”. A parlare è mons. Piero Coda, docente di teologia alla Università Lateranense di Roma che ieri sera ad Albano alla presenza del vescovo mons. Agostino Vallini, si è confrontato in una tavola rotonda con Paolo Ricca, teologo valdese, sulle prospettive future dell’ecumenismo. Non si tratta, ha detto Coda, di “riassorbire” le diversità in una sorta di “frullato ecumenico di chiese” ma di tendere ad una unità intesa come “rispetto di diversità riconciliate”. “E’ ciò – ha aggiunto Coda – che non siamo riusciti a fare nel millennio passato e lo scontro delle diversità ha provocato rotture profonde. Oggi il passo nuovo da compiere è vivere la pluriformità culturale anche per arginare il pericolo di una globalizzazione strisciante”. Secondo invece il teologo valdese Paolo Ricca, i fatti dell’11 settembre hanno “rivelato in modo inequivocabile quanta violenza ci può essere nella religione. L’ecumenismo deve essere sempre più una critica alla religione per dire che Dio non può assolutamente mischiarsi con progetti di morte. Non basta più dire di essere dalla parte della pace. Ci deve essere anche una critica”. Dopo il crollo delle Twin Towers, le Chiese cristiane devono anche interrogarsi su chi è l’uomo e quale la sua vocazione. “Abbiamo bisogno – ha detto Paolo Ricca – di contribuire alla costruzione di una nuova antropologia ecumenica”.