L’indissolubilità del matrimonio non è una “catena che opprime” la coppia. Se fosse così “si desidererà liberarsene quanto mai prima”. Se invece il vincolo matrimoniale “è compreso come sicurezza e garanzia dell’amore, allora si vivrà la gioia di consolidarlo giorno dopo giorno”. Lo ha detto mons. Stefano Ottani, vicario giudiziale del Tribunale ecclesiastico regionale flaminio (Bologna) nella sua relazione ad apertura dell’anno giudiziario 2002. I capi d’accusa esaminati dal Tribunale regionale lo scorso anno sono stati in tutto 132 (175 nel 2000). Ad essi si è risposto in modo affermativo in 97 casi e negativo in 35. Il capo di nullità più frequente dei matrimoni è l’esclusione della prole (oltre il 41%), seguito dall’esclusione dell’indissolubilità (con il 33,5%). “E’ pertanto da sentire quanto mai appropriato – ha commentato Ottani – il richiamo che Giovanni Paolo II ha rivolto agli operatori dei Tribunali ecclesiastici nel recente discorso tenuto in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della Rota Romana sul bene dell’indissolubilità”. Mons. Ottani fa notare che il Papa parla del vincolo come di uno dei “bona matrimonii”, ossia della “bontà e bellezza del matrimonio, mentre nel linguaggio corrente, spesso usato anche da noi si parla dell’onere dell’indissolubilità. Tra il bonum e l’onere – ha detto Ottani – sta la distanza tra la verità e la mentalità diffusa”. Anche dal Tribunale emiliano viene l’invito a considerare “in positivo il ruolo dell’avvocato, non solo quello che esercita presso i tribunali ecclesiastici”. “Suo compito – ha osservato il vicario giudiziale, ricordando le parole del Papa – è anzitutto assistere le persone, non limitandosi ad un supporto tecnico. E’ lui il primo ad essere contattato dalle parti, quando ancora le posizioni non sono sempre definite e può rimanere spazio per un consiglio che vada nel senso della riconciliazione o, comunque, della pacificazione”.